Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
Un monaco (Oh Young-Su) e il suo giovane discepolo (Seo Jae-Kyung) vivono in una casetta galleggiante situata nel mezzo di un piccolo lago in Corea. In quattro stagioni, più una, il Monaco adulto è l'osservatore dello stato d'animo del giovane cercandogli di mostrargli la via per "l'illuminazione". Ma la vita, purtroppo, prende il suo corso e l'arrivo di una ragazza scombina i sentimenti del discepolo...
Questo il percorso narrativo di "Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e ancora Primavera" di Kim Ki-Duk. Quasi interamente girato su una casa galleggiante in mezzo al Lago Jusan, in Corea, la pellicola traccia la vita parallela di un Monaco anziano e del suo giovane ed inesperto "scolaro" diviso in quattro tappe più una, ognuna delle quali è a distanza di dieci anni dall'altra. Il regista è nato a Bonghwa, poi trasferitosi a nove anni a Seul. A diciassette anni entrato in fabbrica e a venti arruolato in marina. Privo di ogni cultura filmica ha cominciato la sua carriera da autodidatta, sperimentando con i pochi mezzi a disposizione. Ki-Duk definisce i suoi film scritti autobiografici, ognuno una "sequenza" nell'insieme delle sue opere.
Il regista coreano con questa pellicola ci consegna un alta lezione di cinema. Evocativo, ispirato, intenso, attento, questo è lo spirito con il quale si dovrebbe stare dietro la macchina da presa. Rappresentare il percorso che ognuno di noi intraprende attraverso il dolore, il desiderio, il sacrificio e alla fine la redenzione passando in rassegna le varie stagioni della vita sembra cosa facile, persino per il cinema americano, ma visto con questa originalità è cosa assai difficile. Penso che alcuni di voi, passando in rassegna i film sul giornale per trascorrere una tranquilla domenica pomeriggio al cinema, indubbiamente sorvoleranno su un film coreano ambientato interamente su una palafitta in mezzo ad un lago. Ma, nel caso succedesse, vi sbagliereste totalmente. Questo piccolo microsolco in celluloide è più attuale di qualsiasi altra pellicola mozzafiato su catastrofi ecologiche, o su giornalisti di colore che si innamorano di francesine sbarazzine nel dopo apartheid, o addirittura di giovani pulzelle che di notte si rifugiano nella Mole Antonelliana. "Ridiamo a Cesare quel che è di Cesare", cioè riconsegniamo il cinema a chi lo sa fare e, vi assicuro, perdere questa manciata di fotogrammi per un'altra visione che non aggiunga niente alla vostra noiosa vita è veramente un peccato.

Marco Massaccesi

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