Pornocrazia
Tra tanti giovani omosessuali che ballano e sudano al ritmo di musica tecno, si inserisce una bella ragazza (Amira Casar), si chiude in bagno e si taglia le vene. La segue un lui (Rocco Siffredi), le ferma il sangue e la porta in farmacia.
Lei le offre dei soldi per farsi guardare da lui che non ama le donne, che non le conosce, che non le rispetta e forse le odia.
In quattro notti di lenti ingressi di lui in casa di lei, corridoi che preparano la vista della donna una volta in bagno, un'altra già nuda in attesa del maschio o vestita per farsi aiutare a denudarsi, la storia si sviluppa e si chiude come il loro rapporto.
Lui, chiamato solo per guardare, comincia a toccare, assaggiare, bere il sangue mestruale come fosse un tè nel deserto dei suoi sentimenti. Piange, la monta, si consola, la vorrebbe uccidere, l'abbraccia e si addormenta fino ad uscire per la quarta volta dalla casa della donna e ricevere il compenso pattuito. È il denaro che lo tira fuori dalla trance, da un lavoro trasformato in piacere, in bisogno, in curioso viaggio all'interno dell'altro sesso. Il bar accoglie l'uomo, i suoi dispiaceri e i suoi mascolini racconti. Ad un conoscente rivela di averla montata, sfondata tanto da renderla inappetibile, ma una lacrima solca il suo viso e prima di uscire dal bar lascia tutti i soldi del compenso all'interlocutore.
Tornato sui suoi passi, in casa di lei, non trova nulla, se non un letto senza materasso, un bagno rotto, ed un lenzuolo sporco di sangue, lo stesso che lui aveva bevuto ed osservato riempire il suo pene senza ferite.
La vuole morta. L'intimità, la conoscenza, il sangue, lo hanno toccato troppo, e da osservatore incapace di reagire, sogna o diventa un assassino in grado di coprire, distruggere, occultare, censurare, cancellare, risucchiare, inondare, mare.
Catherine Breillat (Sex is comedy, Romance) spoglia la scena di tutto ciò che è superfluo. Sopravvivono pochi fondamentali elementi, che con il loro ripetersi chiariscono il ciclo di conoscenza uomo-donna e mestruale donna a uomo. Non ha paura di mostrare ciò che può essere disgustoso, osceno, inguardabile perché poco abituati a vederlo sul piccolo o grande schermo. Crea grossa suspance ed aspettative intorno ad un buco dal quale tutto viene e nel quale tutto si dissolve. Celo mostra in primissimo piano, come una bocca le fa mettere il rossetto e quasi la fa parlare.
La regista affronta il contrasto tra sesso e oscurantismo religioso, avvalendosi di un attore esperto come Rocco Siffredi che, sotto la sua direzione, appare giustamente stupito, ingenuo, inconsapevole di ciò che le gambe di tutte le donne nascondono. I suoi sguardi un po' fissi un po' cercatamene profondi, lo rendono giustamente innocuo e privo di quella forza che anche biograficamente ha riposto in quel compagno di riprese che non lo ha finora mai abbandonato. Qui il suo cavallo di battaglia non recita il ruolo del protagonista; poco più di una comparsa, quando entra in scena non ferisce, non dispensa più piacere della sua mano incerta, e non si erge lucido agli occhi della cinepresa, bensì si riempie di un sangue rivelatore che tutto fa, tranne che esaltarlo. Amira Casar all'inizio sofferente ed ambigua, costretta alla prostrazione nei confronti della fama e del successo di uno dei peni più premiati del cinema, sul letto, con un corpo cangiante, e con un ammaliante immobilismo, riconquista i favori del pubblico, mettendosi in scena quasi fino all'ecografia. Nei primissimi piani, anche se non si nota, viene sostituita da una controfigura, un po' per essere salvata dalle critiche dei bacchettoni, un po' per farli parlare, questi guardoni che cercano il pelo nell'uovo, masturbandosi alla vista di galline depilate.

Andrea Monti

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