Marie Antoinette
Con solo due film alle spalle ed un cognome così impegnativo, Sofia Coppola ha già dimostrato chiaramente - agli scettici e a tutti gli altri - di essere una figlia d'arte non solo di nome ma anche di fatto. "Il giardino delle vergini suicide" e "Lost in translation" infatti, hanno ricevuto un'ottima accoglienza in tutto il mondo, sia dal pubblico che dalla critica, trasformando la giovane autrice trentacinquenne in una delle più quotate registe contemporanee.
In poche parole sono aumentate le aspettative. Normale, quindi, la curiosità con la quale i giornalisti presenti a Cannes aspettavano Maria Antonietta e, visto il risultato, è altrettanto normale che alla fine della proiezione per la stampa molti abbiano fischiato un film nel complesso deludente. La storia si concentra sulla figura di Maria Antonietta, la giovane principessa austriaca che, all'età di 14 anni, venne mandata a Versailles per sposare colui che sarebbe diventato Luigi XVI di Francia. Impreparata ad un ruolo così impegnativo, la ragazza deve imparare l'algida rigidità della vita di Corte dalla quale cerca di evadere tramite i frivoli piaceri della giovinezza (dolci, vestiti e una storia d'amore con un giovane ufficiale) fino a quando la Rivoluzione francese porrà termine alla monarchia e alla sua vita. Kirsten Dunst è perfetta nel riportare sullo schermo quel misto tra sensualità ed innocenza che caratterizza la principessa bambina e anche Jason Schwartzman non sfigura nell'interpretare l'impacciato Delfino francese. Il vero problema della pellicola risiede nella totale mancanza di un punto di vista: Sofia Coppola, dopo averci illuso con dei bellissimi titoli di testa rosa pastello in perfetto stile John Waters, rimane costantemente in bilico tra la rilettura pop (limitata alla colonna sonora), la biografia intimista (ma la figura di Maria Antonietta rimane, comunque, abbastanza a margine) e, in misura decisamente minore, il film storico. Il risultato è un film monocorde e a tratti noioso che viene salvato, in parte, dalla consueta eleganza nella messa in scena e dal gusto raffinato per l'inquadratura (bellissime le ultime sequenze) che sono diventati un vero marchio di fabbrica per la regista americana. Qualcuno a Cannes parlava di capolavoro all'interno di "un cinema per pochi": come giustificazione ci pare, francamente, inaccettabile.

La frase: "A me tutto ciò sembra ridicolo!"

Paolo Zelati

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