London River
Dopo gli attentati terroristici del 2005 a Londra, Elizabeth, una donna inglese (Brenda Blethyn), e Ousmane, algerino trapiantato in Francia (Sotigui Kouyatè), cercano disperatamente i loro figli. Non sanno se sono stati coinvolti nell’esplosione perché in realtà delle loro vite conoscono ben poco. La ricerca comune li fa incontrare e li avvicina, ben presto scopriranno che nonostante le numerose differenze, hanno moltissime cose in comune.
Il film di Rachid Bouchareb, come lo stesso regista tiene a precisare, non è un film sugli attentati terroristici ma vuole raccontare l’incontro tra culture diverse. Infatti, all’inizio del film i due protagonisti sono mostrati nel loro ambiente in maniera parallela: il lavoro, la religione, il modo di porsi verso gli altri.
Le differenze tra i due sono moltissime a partire dalla fisicità opposta degli attori: sottile e solido Ousmane, volitiva e irrequieta Elizabeth. I protagonisti diventano in parte simbolo della cultura occidentale e musulmana a confronto; il rapporto tra i due si caratterizza prima con la diffidenza e il pregiudizio che molti hanno verso le cose nuove o diverse, poi proprio il dolore e la ricerca che li accomuna insegneranno loro che, nonostante le diversità, la natura umana è sempre la stessa e i sentimenti, il dolore che si provano sono uguali per tutti.
In "London river" si nota il punto di vista di Bouchareb che sottolinea la paura e la chiusura dell’occidente nei confronti dei musulmani dopo i vari attentati terroristici dal 2001 in poi. Infatti mentre Elizabeth è quella che all’inizio è più spaventata e frenata dai pregiudizi e quindi connotata negativamente, Ousmane è un personaggio poco comune, caratterizzato da saggezza, calma e generosità, ma entrambi hanno l’intelligenza di superare il primo impatto e di cominciare a conoscersi. Anche se la morale del film è più che sfruttata al cinema come in letteratura, è da tenere sempre presente, perché siamo lungi dal vincere il razzismo.
Bouchareb dà un taglio quasi documentaristico al film, la macchina da presa segue attentamente i protagonisti nei piccoli gesti quotidiani, come la rottura della tracolla della borsa di Elizabeth o le abluzioni mattutine di Ousmane. I piccoli gesti, gli sguardi insegnano molto dei personaggi e della loro cultura, merito anche della bravura degli attori intensi ma sempre estremamente naturali.
La pellicola offre tanti spunti di riflessione, non solo sul razzismo e i preconcetti dell’uomo, ma anche sul rapporto tra genitori e figli e sulla ricerca del modo per affrontare il dolore e le avversità della vita.

La frase: "La vera felicità è amare la vita, non ci dobbiamo abbandonare alle cose brutte".

Ilaria Ferri

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