La sorgente del fiume
Secondo capitolo di una trilogia volta a spiegare tutte le immani brutture e le immense emozioni che il secolo scorso ci ha regalato. L'inizio è fissato ad Odessa nel 1919, la fine nella New York di oggi. In seguito alla rivoluzione di Ottobre, un nutrito gruppo di greci si muove dalla città di Odessa verso la foce di un grande fiume, luogo in cui era stata loro promessa terra a volontà. Fra gli esuli, si trovano anche Heleni e Alexis, due bambini che presto, crescendo, scopriranno l'amore che sarà però contrastato dal padre del giovane. I due ragazzi, tuttavia, pur di stare insieme, decidono di fuggire. Purtroppo la situazione del paese e dell'Europa intera non è delle migliori, si trovano così a vivere in situazioni precarie, sempre braccati dal padre di Alexis, deciso a riprendersi Heleni, che vorrebbe come nuova moglie. In tanto disagio, l'unico spiraglio di felicità arriva dalla meravigliosa musica che Alexis riesce a tirar fuori da una vecchia fisarmonica. Sarà proprio grazie a questa che riuscirà a sopravvivere insieme a sua moglie e ai suoi due figli. L'ascesa del fascismo però aggrava ancora di più la già precaria situazione della giovane coppia. Alexis parte per l'America alla ricerca di fortuna, Heleni viene arrestata perché ha soccorso un sovversivo. Quando finalmente riesce a riconquistare la libertà, scoprirà di non aver più nessuno da amare.

Avvincente, toccante, commovente, sono questi gli aggettivi che meglio si addicono a questa pellicola del grande regista greco, che si propone di raccontare un secolo attraverso il più grande dei sentimenti, l'amore. Non si pensi però ad un amore felice, o assolutamente tragico, qui si tratta piuttosto delle varie stagioni dell'amore, che si susseguono ma che nello stesso tempo si contaminano a vicenda. Più che un film, quest'opera sembra un mosaico, le cui tessere, prese singolarmente non ci dicono molto, ma accostate l'una all'altra ci svelano storie e personaggi sempre nuovi e mutevoli. Non è facile seguire la narrazione, si ha spesso l'impressione che il regista compia dei veri e propri voli pindarici, ma poi basta soffermarsi su uno sguardo, su una frase sussurrata appena che tutto si chiarisce. Indimenticabile è sicuramente il monologo finale di Heleni, che divorata dalla febbre ripete all'infinito sempre la stessa frase, quasi una nenia, un misto di orgoglio e tristezza, di malinconia e rabbia in grado di toccare le corde più profonde dell'anima di ognuno.
Supportato da una colonna sonora stupenda, con un tema da antologia, il film è stato presentato al festival di Berlino, dove purtroppo non ha ottenuto i riconoscimenti che avrebbe meritato, pur essendo un'opera assolutamente adatta ad una manifestazione di quel calibro e invece poco appropriata ad essere distribuita su larga scala.

Teresa Lavanga

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