Io non ho paura
C'era una volta un paese del Sud baciato dal sole e le cui messi biondeggiavano sotto un immenso cielo blu, appena striato da bianche nuvole.
C'era un bambino di dieci anni, bruno di capelli e di carnagione, dal profilo fiero e sicuro, certamente appartenente a quella schiatta di navigatori e commercianti che più di duemila anni fà approdarono in quelle terre calde e assolate.
Vicino al paese, lì dove le spighe sono più bionde che mai, dove sono più fitte, quasi impenetrabili, c'era una casa abbandonata. Accanto alla casa diruta c'era un buco, nero e profondo come la più cupa disperazione. Dentro al buco c'era una bambino, biondo e spaventato come una bestiola ferita. Il bambino era cieco, dalla paura e per la luce alla quale non era più abituato. Lo avevano gettato lì degli esseri che sembravano persone perché avevano le fattezze degli umani, assomigliavano così tanto a mamma e papà. Ma dietro il loro sguardo dolce, dietro i loro gesti affettuosi, nascondevano un'anima nera come quel pozzo scavato nella terra. Non erano uomini, erano orchi.
L'ultimo film di Gabriele Salvatores, tratto dall'omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti - anche cosceneggiatore - è un film attualissimo perché parla dell'infanzia violata, dei difficili rapporti familiari, della cieca cupidigia che non si ferma di fronte a niente e nessuno. Il regista ci racconta la storia con una narrazione fluida che procede senza scossoni, scandita dalle frequenti dissolvenze al nero e dalle riprese con la steadycam che sfiora i lucenti campi di grano. Alle prese con un gruppo di bambini, dopo qualche tentennamento nelle sequenze iniziali, si districa con disinvoltura riuscendo a trarre il meglio dai giovani attori con cui lavora. In particolare Giuseppe Cristiano, nelle parti di Michele il protagonista, regge bene la difficile prova mostrando qualità che con l'avanzare del film si apprezzano a pieno. Salvatores, dopo la divagazione da viaggio organizzato (mi riferisco al deludente "Amnesia") torna ad affrontare un testo letterario molto pregno e fortemente significativo e questa circostanza nobilita di molto le qualità del regista. Capace di inquadrature che dal particolare si risolvono in luminosi totali, nei quali si possono ammirare tutte le suadenti sfumature dei colori del nostro Sud, Salvatores ricostruisce minuziosamente l'ambiente anni '70 in cui la storia è situata. Dalla 127 Fiat alle canzoni di Ivan Graziani, dagli abiti indossati dai personaggi alle immagini di repertorio dei telegiornali della Rai (tra queste si può ammirare anche Emilio Fede quando faceva ancora il giornalista...) scaturisce l'ottimo lavoro compiuto. Cura e approfondimento che si possono notare anche nel tentativo, pienamente riuscito, di rappresentare l'intimo legale tra le situazioni ed i personaggi e la natura che li circonda. In tal modo si spiegano i continui riferimenti, anche allegorici, alla fauna dei luoghi.
Qualche neo, comunque, il film ce l'ha. Un'eccessiva lunghezza ed una scarsa dinamicità delle scene più concitate rendono l'opera a tratti un pò pesante. Così come convince poco il personaggio interpretato da Diego Abatantuono - peraltro ottima la sua prova -, troppo simile ai personaggi divertenti e scanzonati dei precedenti film di Salvatores da risultare poco credibile come capo di una banda di malviventi.
Comunque, "Io non ho paura" rimane un film valido e molto interessante, da vedere per assistere al finale avvincente della partita tra Orchi contro Angeli.

Daniele Sesti

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