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I nostri ragazzi

© Emanuela Scarpa


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Finora i film italiani alla Mostra di Venezia, seppur imperfetti e con le dovute differenze, hanno quasi tutti proposto un’idea di cinema che si allontanasse dal convenzionale, tedioso format televisivo nel quale (e ormai sembra quasi un rito ricordarlo) stagna la media della produzione italiana. Ecco, però, che arrivano “I nostri ragazzi” di Ivano de Matteo a invertire la rotta.
La storia è drammatica e il tono scelto per raccontarlo cerca anch’esso, disperatamente, di esserlo: al centro dell’intreccio due fratelli, uno avvocato (Alessandro Gassman) l’altro chirurgo pediatrico (Luigi Lo Cascio), e le rispettive mogli (Barbora Bobulova e Giovanna Mezzogiorno) e figli. Le due famiglie si confronteranno con un fatto che ne farà vacillare l’apparente solidità e svelerà la faccia nascosta di formalismo e apparenza.
Qualcosa, nella trama e nell’atmosfera, ricorda “Il capitale umano” di Virzì: anche lì due famiglie che vanno a scontrarsi con sensi di colpa, scelte etiche e giustizia. Se in quel film, però, la rete di rapporti, ambiguità e fatti concatenati era retta da una scrittura solida e capace di dare profondità ad ogni personaggio e a motivarne le azioni, il film di De Matteo viene demolito proprio dalla superficialità dilagante del suo script e dall’approssimativo sguardo registico. La materia trattata è rovente, complessa: ci si interroga sul senso di responsabilità nel rapporto genitori-figli, sull’affetto e la vergogna che oscurano giustizia e morale, si arriva perfino a toccare il tema della violenza e delle sue derive insensate e gratuite.
Ecco, “sfiorare” direi che è il termine adatto. “I nostri ragazzi” pretende di raccontare drammi e dilemmi di un nucleo sociale, ma in realtà non fa altro che sfiorarli, abbozzarne una pallida, falsissima rappresentazione. E tutto è inesorabilmente influenzato da questo sapore di inautentico: dal singolo personaggio, ai rapporti, alla recitazione. Quest’ultima, poi, svela tutto il convenzionale in cui il film, letteralmente, affoga: ogni reazione è esagerata, si urla perché il dolore deve far seguito ad una disperazione ostentata, si diventa scorbutici, tristi, cattivi perché è questo che la rappresentazione stereotipata di rapporti e sentimenti prevede e da cui non si può scampare.
Il culmine, il punto più alto, di questa fiera della falsità è rappresentato dalle scene in cui genitori e figli si confrontano e le verità vengono a galla, o ancora dove due famiglie si scontrano e si scervellano per trovare delle soluzioni. E noi non capiamo perché facciano tutto questo rumore, dato che di emozioni, fino a quel momento, non ne abbiamo visto l’ombra.

La frase:
"Prima o poi si paga tutto".

a cura di Stefano La Rosa

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