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Il villaggio di cartone











E’ difficile accettare i cambiamenti nella vita, soprattutto quelli più radicali. Ma quando è la propria intera esistenza ad essere messa in discussione ci si sente confusi, persi nella nebbia, e soli.
E’ quanto prova il Vecchio Prete protagonista de "Il villaggio di cartone", ultima fatica del grande Maestro di cinema Ermanno Olmi presentata Fuori Concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia.
La chiesa dove opera il Vecchio Prete (interpretato da un profondo Michael Lonsdale) viene dismessa perché non serve più. I "lavori" vengono seguiti dal pragmatico Sagrestano (interpretato da Rutger Hauer): il Cristo in Croce viene calato dall’alto, tutti i tesori conservati in teche ermetiche, e vengono rimossi i drappi appesi come un sipario che cala a mettere fine alla rappresentazione religiosa.
Spogliata da tutti gli orpelli, la chiesa è solo un edificio vuoto e abbandonato. E abbandonato si sente anche il Vecchio Prete, che rimette in discussione tutta la sua esistenza: dopo aver servito Dio per cinquanta anni, ora a chi può più essere utile? E’ stato giusto dedicare la sua intera vita alla fede, vivere distaccato dall’umanità? Questi sono i suoi dubbi, per i quali cerca delle risposte parlando con una piccola statua del Cristo.
E Cristo risponde, mandando l’umanità dal Vecchio Prete per risolvere i suoi dubbi e rafforzare la sua fede. Questa si manifesta come un gruppo di immigrati clandestini, che si rifugiano nella chiesa per sfuggire alla polizia. Con loro il Vecchio Prete rivivrà la Natività di Cristo, darà ospitalità ad una Sacra Famiglia, conoscerà Maria Maddalena e Giuda. E come Cristo si sacrificherà per loro.
Olmi riesce con pochi elementi a delineare nettamente personaggi e situazioni, ed è capace di portare un attore ad esprimersi meglio con lo sguardo che con le parole. D’altronde anche le parole spesso sono inutili orpelli. La magia del cinema di Olmi è tutta qui.
L’alienazione del Vecchio Prete rispetto al mondo reale è subita evidente quando ci si rende conto che dalle porte e finestre della sua casa si scorge solo una fitta nebbia. E la sua distorta religiosità emerge dai suoi gesti, dal suo entrare in crisi per l’assenza di un simulacro da adorare piuttosto che dalla mancanza di fedeli alle sue funzioni.
Non può aiutare gli altri a trovare Dio, se lui è il primo a dubitare.
Quando inizia ad aprirsi agli altri e ad accoglierli nella sua casa e nella sua anima, quando capisce il vero significato di chiesa come casa di tutti, allora i suoi dubbi cessano di esistere. Non è più un uomo di cartone, ma un uomo con un’anima.
"Il villaggio di cartone" è un’opera profonda, pregna di significati, che solo chi ha meditato a lungo sul proprio rapporto con Cristo e religiosità poteva concepire. La sua essenzialità è accentuata dall’aver adottato una recitazione scarna, quasi teatrale, priva di forte emotività. Come ha affermato più volte lo stesso Olmi in conferenza stampa, ciò che conta è la realtà delle cose e non sono gli orpelli che la abbelliscono o la nascondono.

Consigliato a chi ama il Maestro, e a chi non teme di mettersi in discussione.

La frase:
""Ho fatto il prete per fare del bene, ma per fare del bene non serve la fede"".

a cura di Giuliana Steri

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