Hostel: Part II
Si riparte direttamente dal punto in cui terminava il primo film.
Il tempo di assistere alle tanto discusse apparizioni di Luc Merenda ed Edwige Fenech, i quali sembrano prepotentemente riprendersi i panni che gli permisero di trasformarsi in due vere e proprie icone della celluloide di genere tricolore, ovvero quelli del commissario di polizia e dell'insegnante, ed eccoci catapultati nel sequel del violentissimo horror di successo diretto nel 2005 da Eli Roth ("Cabin fever"), benedetto ancora una volta dalla produzione esecutiva di Sua Maestà Quentin Tarantino.
E, come nel capostipite, l'enfant terrible di Hollywood viene omaggiato per mezzo di alcune immagini di "Pulp fiction" (1994) all'interno di un piccolo schermo acceso, mentre assistiamo alla tragica vicenda delle tre giovani protagoniste con i volti di Lauren German ("Non aprite quella porta"), Bijou Phillips ("Almost famous-Quasi famosi") e Heather Matarazzo ("Fuga dalla scuola media"), le quali, in vacanza studio a Roma, finiscono per una serie di circostanze nelle grinfie dei sadici torturatori della Slovacchia.
In sostanza, quindi, si tratta di un rifacimento al femminile dell'originale, con l'unica differenza individuabile nel fatto che, essendo ormai lo spettatore a conoscenza dell'argomento cardine della storia, nel corso della prima parte dedicata all'attesa, anziché mantenere il clima di mistero, viene fatta maggiore luce sulle dinamiche di lavoro dell'organizzazione criminale e sulla perversa mentalità dei ricchi annoiati che vi ricorrono.
Ma, a dispetto di ciò che Roth dichiarò in precedenza, le dosi di splatter sono diminuite in maniera notevole, pur essendo presenti sequenze decisamente disturbanti; mentre s'intravede lo spettro dei nostri nazi-movie e w.i.p. (women in prison: filone sexy-carcerario) ed a regnare è un'atmosfera che, soprattutto nei momenti ambientati in esterni, sembra porsi a metà strada tra l'horror italiano e quello francese degli Anni Settanta, tanto che la scena in cui la donna armata di falce finisce per ricoprirsi del sangue della vittima richiama alla memoria sia "Il plenilunio delle vergini" (1973) di Paolo Solvay/Luigi Batzella che "Fascination" (1979) di Jean Rollin.
D'altra parte, l'autore stesso afferma di essersi ispirato al decennio d'oro dei b-movie dello stivale, che omaggia ulteriormente attraverso il divertente cammeo del regista Ruggero Deodato, mai come ora testimonianza vivente del titolo guadagnatosi a suo tempo di "Monsieur cannibal" grazie a "Ultimo mondo cannibale" (1976) e "Cannibal holocaust" (1979).
Ed alla fine, tra le righe, leggiamo interessanti messaggi dal sapore altamente pessimista (l'abbandono alla violenza quale divertimento è una conseguenza della mancanza dell'amore e l'unico modo per sopravvivere in una società violenta è quello di adeguarsi ad essa), ma il tutto approda a soluzioni non poco ridicole, lasciandoci tranquillamente intuire che non sono sufficienti raffiche di citazioni cinefile a camuffare il discontinuo ritmo narrativo di uno pseudo-remake che si rivela sempre più stanco ed inutile man mano che i fotogrammi avanzano.
Curiosità finale: l'Italia viene descritta come un paese i cui abitanti vanno in giro con magliette giallorosse cantando a squarciagola "Faccela vede', faccela tocca'!".
Come dargli torto?

La frase: "Ma chi c'è dietro tutto questo posto?"

Francesco Lomuscio

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