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Gravity











Il punto di forza di Alfonso Cuaròn è sempre stato la versatilità del suo stile ed una sensibilità particolare che gli ha permesso di avvicinarsi a più generi pur rimanendo fedele ad un’idea, anche estetica, di cinema. Con "Gravity" il regista messicano accoglie, probabilmente, una delle sfide più interessanti della carriera: una grande produzione, due star, in un contesto estetico-narrativo che sembrava un campo perfetto per l’esprimersi del suo gusto, fatto di lunghi piani-sequenze e una sperimentazione tecnica instancabile. E, infatti, l’occhio di Cuaròn scandisce la storia in maniera elegante e avvolgente, riuscendo a costruire un’atmosfera tesa ma ricca di momenti contemplativi, in cui il rapporto tra due astronauti, piccoli, soli, e l’immensità dell’universo viene restituito con efficacia e capacità di sintesi. Un prologo di indubbio fascino e che sembra gettare le basi di una storia dal grosso potenziale.
Riducendo all’essenziale l’utilizzo del parlato, quanto basta per caratterizzare i personaggi (anzi, il personaggio), Cuaròn gioca soprattutto sullo spazio, sui corpi, sul sonoro e il silenzio, sulla voce come unico compagno nel buio dell’universo.
Mano a mano, però, che il film scorre, è come se perdesse per strada qualcosa, o, piuttosto, perdesse di vista quell’intento, quello sguardo che sembrava così ben definito agli inizi. "Gravity", a un certo punto, imbocca binari scontati, non tanto nello sviluppo narrativo, ma più nel modo di sviscerare un’idea, di raccontare un personaggio e la sua sfida con sé stesso e con la solitudine. E anche la scelta di Sandra Bullock come protagonista assoluta non è delle più felici: la sua non è una cattiva prova, ma manca di quella sensibilità e complessità che forse un ruolo del genere avrebbe richiesto, andando inevitabilmente ad inficiare sul risultato finale.
Così quella prima parte, così affascinante e perfettamente in equilibrio tra azione molto ben confezionata e un racconto (e un modo di raccontare) denso di potenziale e sottotesti, si scontra con una seconda parte che sembra soffocata da esigenze più commerciali che artistiche.
E l’impressione è quello di trovarsi di fronte ad un film comunque interessante, ad un blockbuster intelligente e ben fatto, che sembra sempre sul punto di trasformarsi in qualcosa di universale e potente, senza però raggiungere una piena evoluzione.

a cura di Stefano La Rosa

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