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Go With Me











Dalla Svezia con amore, così si poteva dire un tempo.
Ma a Daniel Alfredson l'apertura al panorama d'oltre oceano non ha giovato poi molto, almeno per ora.
“Go with me”, presentato fuori concorso alla 72a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, è un thriller cupo e malinconico ambientato nel nord-ovest degli Stati Uniti a partire da un romanzo di Castle Freeman Jr. (al regista svedese piacciono le sceneggiature non originali).
Una ragazza (Julia Stiles) torna al paesino natale per la morte della madre e diviene in poco tempo oggetto di molestie da parte dello spietato boss della criminalità locale, un tale Blackway (Ray Liotta). Ad aiutarla nell'impresa (avventata e disorganizzata) di liberarsi del violento aguzzino saranno Les, un anziano taglialegna dal passato amaro (Anthony Hopkins) e Nate, un giovane che lavora nella stessa segheria dove la giovane, indirizzata dall'ignavo sceriffo locale, si reca per chiedere aiuto.
Così i tre danno il via ad una pericolosa traversata di una contea egemonizzata da Blackway e realizzano, lentamente e non senza difficoltà, che la loro missione può rappresentare un momento di svolta per l'intera comunità, ormai pressata e anestetizzata dalla presenza della malavita.
Il film presenta alcuni spunti indubbiamente suggestivi, espedienti arguti e più generalmente un plot di base che avrebbe dovuto ispirare il regista alla costruzione di un meccanismo di tensione narrativa di indubbio interesse. Eppure i conti non tornano del tutto, la linearità esiste ma sembra più che altro un pretesto per non fare un passo ulteriore, per non ricercare registri più “personali” adagiandosi in logiche di genere viste e riviste.
Non che l'atmosfera sia preparata con eccessiva indolenza, anzi si potrebbe dire che ambiente e personaggi hanno inizialmente un potenziale thrilling da non sottovalutare. Però non si può fare a meno di notare che la grande macchina d'azione frenetica che ci si attende tarda ad avviarsi e per sopperire a questa grossa mancanza viene inutilmente addensata la portata malvagia di questo Blackway che, stando alle presentazioni e alle suggestioni che vengono via via fornite, spazia da Tony Montana a Jack the Ripper, da Al Capone a una specie di Darth Vader che anziché costruire la Morte Nera abbatte abusivamente alberi e spaccia eroina qua e là. Così vengono altrettanto inutilmente adombrati gli altri personaggi, a partire da un Anthony Hopkins abbastanza frenato e lontano dalla migliore condizione (certo l'età non aiuta ma il ruolo è una gabbia).
La “storia”, la “vicenda”, i “fatti” di “Go with me” non possono assumere valori specifici se la loro realizzazione filmica manca da un lato di una reale carica dinamica, magari qualcosa di “nuovo” che superi il filone thriller tradizionale, dall'altro di equilibrio di indagine psicologica nel reticolato di storie e racconti che viene esposto senza il coraggio necessario.
Ad ogni modo, finita la proiezione, la sensazione è quella di aver assistito ad un lavoro pulito ma deludente per le grandi occasioni mancate. In attesa della prossima, annunciata, collaborazione tra Alfredson e Hopkins, non resta che sospendere il giudizio.

La frase:
"E' così che funziona nelle città di confine".

a cura di Riccardo Favaro

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