Gangs of New York
Qui si respira l'aria di un "vero" film: comparse, teatri di posa, scenografie immense, attori, quelli con la "A" maiuscola... si certo, c'è anche qualche effetto digitale sparso qua e là, ma la pellicola trasuda epicità vecchio stampo. Personaggi forti, che restano marchiati a fuoco nella mente dello spettatore, personaggi a cui si resta affezionati ed in cui si trova sempre quel misto di luci ed ombre che li rende vivi, quasi reali.
In un'atmosfera che riecheggia le sfide all'Ok Corral dell'altra sponda degli Stati non ancora Uniti, ma che allo stesso tempo ci ricorda la ciclicità della storia con delle gang che non sono altro che le trisavole delle odierne "posse", si consumano duelli per spartirsi le fette del sogno americano, per diventare i re della montagna e poter mordere il frutto proibito dell'albero dell'Eden.

Scorsese dipinge un affresco dell'America del primo ottocento dove barbarie e crudeltà erano all'ordine del giorno; una terra di frontiera (anche se la Hollywood ufficiale la spostata sempre verso l'ovest) dove i "nativi americani" - no, non certo gli indiani d'America - tentavano in tutti i modi di respingere gli immigrati irlandesi per mantenere una presunta purezza, un discorso che nell'arco di duecento anni, "mutatis mundis", è rimasto inalterato. Mentre l'Europa era nel pieno del Rinascimento e coltivava l'arte, la barbarie umana trovava sfogo nella terra dei sogni.
Dopo un'apertura shock, in cui le gang si scontrano e si massacrano senza esclusione di colpi, rincontriamo il giovane "Amsterdam" (Leonardo di Caprio) sedici anni dopo in cerca di vendetta; suo padre il reverendo Vallon è stato ucciso durante gli scontri da Bill il Macellaio (Daniel Day Lewis). Reinseritosi nella comunità di Five Points, dove la legge ufficiale è solo un'utopia e l'unica che conta è quella del più forte, Amsterdam inizia una lenta, ma inarrestabile scalata al potere diventando il braccio destro di Bill con il preciso intento di ucciderlo proprio durante la celebrazione della vittoria ai danni di suo padre. Ma se Bill a quarantasette anni è ancora vivo ci sarà pure un motivo...

Il carisma di Daniel Day Lewis è inarrivabile il suo personaggio spicca sopra gli altri mettendo parzialmente in ombra un pur bravo Di Caprio ed eclissando la Diaz, la cui presenza è semplicemente funzionale ad una love-story con il bel Leo.
La trama è costantemente a cavallo tra la tragedia shakespeariana e l'avventura del Conte di Montecristo anche se il tutto viene presentato sfruttando una comunicazione fatta d'immagini ed adatta ad un pubblico che esige sempre più spettacolarizzazione. Scorsese però non cerca l'indulgenza della censura: qui non ci sono scene in cui la violenza asettica viene utilizzata con la consueta ipocrisia, quei pestaggi senza fine dove non esce mai sangue e se esce è sempre di quel tranquillizzante colore nerastro; qui c'è il rosso carminio che macchia la neve e che ricopre i corpi dei contendenti, qui c'è quella violenza che è come un pugno allo stomaco che quando esci dalla sala ti lascia stordito. Qui si pensa e si usa la cinepresa per trasmettere un messaggio forte, speriamo che qualcuno lo ascolti.

Curiosità: il nome di De Niro ha aleggiato a lungo sul film. Il progetto iniziale degli anni '80 prevedeva lo stesso De Niro nel ruolo di Amsterdam, in seguito si pensò a lui per Bill il Macellaio.

La chicca: Scorsese appare in un piccolo cameo: è il capo famiglia a tavola mentre la Diaz svaligia la casa travestita da cameriera.

La frase: "In apparenza la legge va sempre rispettata, soprattutto quando viene infranta!"

Indicazioni:
Per scoprire che i "bravi ragazzi" non li abbiamo esportati noi in America.

Valerio Salvi

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