Factory girl
Truman Capote la definì magnetica, eterea, smarrita e che quando muoveva ogni parte del suo corpo saresti stato a guardarla per ore, con quegli occhioni intensi e scuri come due tazzine di caffè.
Classe 1943, l’ereditiera Edie Sedgwick irruppe nel caos della New York della metà degli Anni Sessanta, divenendo una delle più grandi icone della cultura pop americana, grazie soprattutto all’incontro con l’anti-eroe controcorrente Andy Warhol, il quale, intravedendo nella sua selvaggia vulnerabilità uno degli ingredienti perfetti per farne una musa irresistibile, la invitò ad entrare nel mondo della Factory, ex fabbrica di cappelli da lui stesso trasformata in un paradiso bohemien di creatività.
E, supportato dalle convincenti prove dei due attori protagonisti Sienna Miller (“Casanova”) e Guy Pearce (“Memento”), il regista George Hickenlooper, autore, tra l’altro, di “Viaggio all’inferno” (1991, escursione dietro le quinte di “Apocalypse now”), ripercorre il tanto colorato quanto squallido periodo di frequentazione tra la donna, uno dei cui miti era l’attrice Audrey Hepburn, e l’artista capace di rendere icone degli oggetti comuni e di trasformare una faccia seria in una serie di facce.
Infatti, mentre sullo schermo sfilano anche i volti di Hayden Christensen (“Star wars episodio 3: La vendetta dei Sith”), Mena Suvari (“American beauty”), Jimmy Fallon (“L’amore in gioco”) e Illeana Douglas (“Grace of my heart-La grazia nel cuore”), tra riproduzioni di nastri di archivio, fotografie, interviste trascritte, screen test e scene originali delle pellicole di Warhol, uno dei momenti più interessanti del lungometraggio risulta essere quello in cui l’uomo, convinto che chiunque desiderasse di essere famoso e contento del fatto che il suo lavoro veniva considerato soltanto pornografia dai critici, spiega gli stratagemmi – tipicamente godardiani – atti a rendere consapevole lo spettatore di trovarsi dinanzi ad una finzione durante la visione di un film.
Per il resto, è una splendida e nutritissima colonna sonora di vecchi hit – si spazia da “Nowhere to run” di Martha Reeves & The Vandellas a “Psychotic reaction” dei Count five, passando per “Bama Lama Bama Loo” di Little Richard – a commentare le sgranate immagini di circa 90 minuti di visione (ma pare che esista anche una versione unrated di 99) che, pur rappresentando una ricostruzione di celluloide di una vita realmente vissuta, lasciano tranquillamente intuire la presenza dietro la macchina da presa di un individuo che ha avuto più volte a che fare con il genere documentario.
Quindi, vedibile e niente più.

La frase: "Non ho mai conosciuto nessuno come lei".

Francesco Lomuscio

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