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Educazione siberiana











Il due volte candidato al premio Oscar John Malkovich è Kuzja, non solo capo di un clan malavitoso siberiano, ma anche nonno di Kolima e Gagarin, i quali, rispettivamente con le fattezze di Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius, sono due amici per la pelle cresciuti insieme nel sud della Russia, in una città divenuta una specie di ghetto per delinquenti di varie etnie.
Partendo dall’opera letteraria "Educazione siberiana" di Nicolai Lilin, tramite la quale l’autore narra la propria infanzia e la propria adolescenza all’interno di una comunità di "criminali onesti", come loro stessi amano definirsi, il napoletano classe 1950 Gabriele Salvatores – che conquistò l’ambita statuetta hollywoodiana con l’acclamato "Mediterraneo" (1991) – racconta su celluloide l’educazione che viene impartita ai due giovani protagonisti, basata su furto, rapina e uso delle armi.
Un racconto che, con il Peter Stormare di "Fargo" (1996) incluso nel cast, attraversa i dieci anni spazianti dal 1985 al 1995, tra regole precise e codici d’onore che non vanno traditi per nessun motivo; man mano che il mondo cambia intorno ai due ragazzi che crescono e che, a vent’anni, l’unica voglia che hanno è quella presuntuosa di prenderselo.
Un po’ come la gang di "C’era una volta in America" (1983) di Sergio Leone o, meglio ancora, la banda della Magliana di "Romanzo criminale" (2005); tanto più che, insieme allo stesso Salvatores, a firmare lo script sono proprio lo Stefano Rulli e il Sandro Petraglia sceneggiatori del già classico diretto da Michele Placido.
Anche se, a dire la verità, soprattutto nel corso delle sequenze di violenza accompagnate da pezzi noti (citiamo solo "Absolute beginners" di David Bowie), ancor prima del lungometraggio cinematografico è la serie televisiva "Romanzo criminale" realizzata da Stefano Sollima a tornare alla memoria.
Serie che possiede, paradossalmente, un respiro quasi da grande schermo; a differenza di questo elaborato impreziosito dall’ottima fotografia per mano del fido collaboratore salvatoresiano Italo Petriccione e tecnicamente impeccabile che, però, finisce, a lungo andare, per sfiorare i connotati di una fiction tv.
Forse a causa di una forma eccessivamente legata alla matrice letteraria di partenza, tanto da ridursi ad apparire quale guardabile esercizio di stile volto a ribadire che la vita è una guerra che bisogna saper combattere, ma tendente in più occasioni ad annoiare lo spettatore.

La frase:
"Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare".

a cura di Francesco Lomuscio

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