Verso l'Eden
Non perdere di vista Itaca,
poichè giungervi è il tuo destino.
Ma non affrettare i tuoi passi;
è meglio che il viaggio duri molti anni
e la tua nave getti l'ancora sull'isola
quando ti sarai arricchito
di ciò che hai conosciuto nel cammino.
Non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze.
Itaca ti ha già dato un bel viaggio;
senza Itaca, tu non saresti mai partito.
Essa ti ha già dato tutto, e null'altro può darti.
Se, infine, troverai che Itaca è povera,
non pensare che ti abbia ingannato.
Perchè sei divenuto saggio, hai vissuto una vita intensa
e questo è il significato di Itaca

"Ho voluto questo film come un´Odissea. Il mio personaggio attraversa il mare, poi prove e tempeste. Affronta mostri moderni e rovescia miti della nostra epoca. Si confronta a un mondo diverso, a lui sconosciuto e ci costringe a guardare questo mondo, che è il nostro, con i suoi occhi. Con quel suo sguardo nuovo, critico, ci mette, alla fine, davanti a noi stessi". Così il regista greco (di nascita, 1951) e francese (di adozione, dal ’68) Costantin Costa-Gavras ha presentato il suo film a Berlino, ed è per questo che abbiamo iniziato questa recensione con i versi finali di "Itaca", splendida poesia di Costantino Kavafis.
Il viaggio è da sempre metafora di crescita per chi lo intraprende.
Costa Gavras mette al centro dell’avventura un immigrato metaforicamente senza patria che cerca di raggiungere Parigi, sicuro che quello sia il suo "destino". Al cinema, il tema "immigrazione nel vecchio continente" è sempre più inflazionato. Giusto così, si riflette la realtà, che sia statistica, cronaca o sociologia. Tanta è la voglia di denunciare le condizioni disumane che un clandestino si trova a dovere affrontare, che spesso il personaggio dell’immigrato diventa quasi sempre una figura emblematica, un uomo o una donna senza una personalità ben definita che non sia quella dell’immigrato stesso. Costa Gavras non si allontana troppo dal desiderio di metaforizzare la vicenda del suo protagonista (un bravo Scamarcio, cui nuoce però la disattenzione di truccatori e costumisti, di farlo sempre apparire sbarbato e con i riccioli a posto), l’intenzione di far sentire in colpa lo spettatore "fortunato", ma quantomeno riesce a dare maggiore spessore al suo protagonista dandogli un sogno "vero" qualcosa che non sia il semplice arrivare, ma anche diventare, realizzarsi, come chiunque altro. Ecco quindi che l’immedesimazione diventa possibile sia con il silenzioso Elias, l’immigrato, che con coloro che ricevono, chi non ha bisogno di immigrare e, a seconda delle propria personalità, tollera o spinge ai margini. Per quanto non avara di stereotipi, la storia di "Verso l’Eden" risulta così avvincente, piena di snodi narrativi e mai seduta su quell’approccio da denuncia che spesso rende film con analoghe tematiche oltremodo ridondanti.
Purtroppo lirismo di Costa Gavras si concentra solo nella parte finale (film in crescendo quindi), ma ciò non toglie che, nella sua complessità, "Verso l’Eden" risulti una pellicola solida, e soprattutto, emozionante.

La frase: "Io...Parigi".

Andrea D’Addio

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