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Drift - Cavalca l'onda











Con immagini in bianco e nero, si comincia a Sydney nel 1960, ma ci si sposta quasi subito a Seacliffe, dodici anni dopo, permettendo al colore di entrare in scena in quella che s’ispira alla storia vera delle leggendarie comunità di surfisti australiane e dello sviluppo dei marchi mondiali di abbigliamento da surf nati all’epoca. La storia dei fratelli Andy alias Myles Pollard e Jimmy, interpretato dallo Xavier Samuel di “Tre uomini e una pecora” (2011), i quali condividono la passione per l’oceano che s’infrange furioso sulle coste della cittadina in cui vivono mossi da diverse ragioni: il primo vede in essa la possibilità di trasformarla in una proficua attività economica volta a rappresentare una via d’uscita da un’esistenza di miseria e paura, il secondo, invece, motivato da un forte spirito artistico e dalla voglia di viaggiare, la sfrutta per esprimere il proprio naturale istinto di creatività. Quindi, è sulle loro figure che il Morgan O’Neill autore dello straight to video “The factory” (2012) e l’esordiente dietro la macchina da presa Ben Nott costruiscono l’oltre ora e cinquanta di visione; man mano che tirano in ballo anche il fotografo e regista itinerante dei surfisti JB e la sua compagna hawaiiana Lani, rispettivamente con le fattezze del Sam Wothington di “Avatar” (2009) e della Lesley-Ann Brandt della serie televisiva “Spartacus” e destinati a incarnare la rivoluzione culturale degli anni Sessanta. Perché, prima ancora che la vicenda si sposti su un traffico di eroina, non mancano capelloni e fumate di hashish nel corso di un elaborato che, incorniciato in un paesaggio naturale intatto e fatalmente selvaggio, intende ribadire, tra l’altro, che un combattente sa quando scendere in campo e quando ritirarsi. Un elaborato che, grazie al fondamentale contributo della fotografia di Geoffrey Hall, rievoca in maniera efficace l’atmosfera del decennio in cui si concluse la guerra del Vietnam, mentre sospetto e corruzione, dipendenze pericolose e fama lo accompagnano verso la sua parte finale, ovvero quella maggiormente dedicata alle cavalcate sulle onde. D’altra parte, saranno soprattutto gli irriducibili fan di queste ultime a trasformare in un loro cult personale il lungometraggio, confezionato con professionalità e penalizzato soltanto da un indeciso ritmo narrativo che rischia di renderlo non molto distante da certi prodotti destinati al mercato dell’home video.

La frase:
"Se Dio facesse surf, quello sarebbe il suo paradiso".

a cura di Francesco Lomuscio

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