Uomini di Dio
Prima ancora dell’undici settembre, prima ancora delle guerre in Afghanistan e della prima in Iraq, il terrorismo islamico colpì un gruppo di frati trappisti di tre diversi monasteri in Algeria. Sequestrati nella notte tra il 26 e il 27 Marzo, i sette fratelli furono giustiziati circa due mesi dopo a causa del mancato rilascio del governo francese di una serie di prigionieri arrestati per salvaguardare la sicurezza nazionale. Le settimane precedenti al loro rapimento sono quelle raccontate in “Des Hommes et des Dieux”, film in concorso a Cannes 2010. Come già abbiamo detto in altre occasioni, non pensiamo purtroppo che un fatto tragico, anche se dal grande significato politico, storico o di cronaca, sia motivo sufficiente per diventare base per realizzarci sopra film di finzione. Bisogna fare di più oltre al raccontare la semplice storia, ci deve essere un’idea di regia e sceneggiatura dietro, non si può pensare che, siccome si tratta di situazioni di vita vera, queste siano di per sé interessanti. Escludendo il tragico epilogo di cui si sa già dal principio, la narrazione di “Des Hommes et des Dieux” è modesta ma vive di piccoli strappi, senza mai coinvolgere né intellettualmente, né visivamente. Si seguono le varie mansioni dei frati nel territorio, l’affetto, ricambiato con la gente del posto, la loro generosità e la dimostrazione che non siano le religioni a dividerci, ma gli uomini che partono da queste per farne ragioni di potere, ma si tratta di un insieme di considerazioni che arrivano allo spettatore già dopo una decina di minuti. Il resto è ripetizione. L’escalation di violenza che visse l’Algeria, e che rende eroica la decisione dei frati di non scappare, viene rappresentata da un unico evento tragico oltre che dal racconto (non dalla visione) dell’abbandono dei villaggi da parte della preoccupata popolazione comune. Il continuo richiamo ai valori della tolleranza, alla preghiera e alla pace reciproca, sono più che condivisibili, ma la forma con cui vengono presentati, discorsi dal tono paternale che basterebbe ascoltare anziché guardare, risulta spesso insopportabile. Dispiace che una storia del genere, di certo importante sotto tanti punti di vista, non abbia quindi il film che merita. La sua distribuzione sarebbe stata in qual caso sicuramente maggiore di quella che sarà.

La frase: "E’ proprio in queste situazioni che è fondamentale celebrare la nascita di Cristo".

Andrea D'Addio

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