Désengagement
Sono passati ventisette anni dall’esordio di Amos Gitai dietro la macchina da presa, ma i suoi film continuano (giustamente) a trattare della propria terra, Israele. Se allora debuttò con un documentario sull’espropriazione di una casa palestinese nei pressi di Gerusalemme da parte dei propri connazionali (“Bayt” del 1980), con “Desengagement” parte da una storia di relazioni familiari per mostrare la liberazione degli insediamenti israeliani della striscia di Gaza da parte del governo Sharon.
Gitai ha il pregio di realizzare dei veri e propri “instant movie” lasciando da parte giudizi di merito. Nonostante ciò che descrive è avvenuto tra l’Agosto e il Settembre di due anni fa e non è tuttora stato completamente metabolizzato da politici e cittadini, la sua capacità di coglierne drammaticità e contraddizioni, ad un solo anno di distanza (il film è infatti del 2006), sembra più che mai la lucida analisi di uno storico su un evento accaduto secoli prima. Con pochi personaggi: fratello, sorella e figlia di lei, Gitai riesce ad unire un profondo dramma personale a quello storico-sociale. I suoi lunghi piani sequenza sembrano frutto di grosse produzioni hollywodiane dove comparse ed effetti speciali sono studiati fino ai minimi termini.
Tutto gira alla perfezione, fluidità e simbolismo si fondono catturando occhi e cuore dello spettatore. Su tutte vale la pena di ricordare la lunga carrellata del dialogo tra il rabbino e il capo della polizia, culminata con la contrapposizione nella stessa immagine, ma a due profondità diverse, delle forze armate che cercano di irrompere nell’area e i coloni che pregano davanti la loro guida spirituale.
Una zona che non ha identità, contesa da chi ci ha vissuto e chi da anni ne rivendica il possesso. Come si dice nel dialogo sul treno che fa da prologo al racconto, la nazionalità non è che una parola astratta. Rimangono le persone, ognuna con le proprie ragioni, costrette a vivere un conflitto che prima di essere armato è di coscienza. E così quella morte del padre che dà il via alla narrazione diventa l’emblema di un modo equivoco di interpretare la propria nazionalità che deve/sta finendo (e quindi di quel “non essere sicuro di essere israeliano” che viene detto del padre). Ecco che a riaffiorare è il tema della legittimità. Quello di una madre di essere madre e quella di una terra che deve tornare a chi di (carta) dovere.
Perché se da una parte c’è disimpegno, dall’altra l’impegno di su quelle rivendicazioni ha costruito buona parte della propria vita.

La frase: "Viandanti delle parole, è giunto il momento di andarsene".

Andrea D’Addio

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