Comandante
Dopo Alexander ma anche prima di Alexander. Sulla scia del fenomeno Alexander, che se non altro è servito a ridare smalto pubblicitario al nome di Oliver Stone, esce in Italia Comandante, lavoro del 2002, e dunque precedente alla lavorazione del kolossal sul condottiero macedone.
Il documentario-intervista su Fidel Castro, storico dittatore comunista dell'isola cubana, non è stato nemmeno diffuso negli Stati Uniti, fosse anche per mezzo della tv via cavo. E questo sicuramente dispiace un po'. Innanzitutto per l'operazione di censura in sé, ma anche perché Comandante è forse il film più lucido e intellettualmente onesto del regista di JFK.
Il cinema di Stone è sempre stato politico. Ma qui l'approccio è radicalmente diverso: bisogna fare i conti con un presente, drammatizzarlo per quel pochissimo che si riesce a fare e prendere tutto il resto come "realtà", come manifestazione presente di un vissuto. Sebbene all'inizio il regista di New York sembri cedere ad un'"operazione nostalgia", infarcendo il girato con (sorprendenti) immagini di repertorio, quest'impressione si smorza subito. Le immagini storiche, che hanno svolto la funzione di cappello introduttivo, generando il climax filmico adatto, lasciano il posto all'esplorazione visiva, quasi corporale, della figura di Castro. La tensione narrativa viene, da qui in poi, mantenuta con una asincronicità dei vari audio, che creano dei vuoti e dei tagli sonori che alimentano il climax inizialmente generato. Stone si presta a condividere, seppur (giustamente) in misura minore, lo spazio visivo con il dittatore cubano, e così fa gran parte della sua troupe. Non nasconde così gli operatori, dandoci modo di assorbire certi primi piani duri e segmentati con la previa inquadratura dell'operatore che sta effettuando la ripresa.
Ne esce così la figura di un uomo vitale e logoro allo stesso tempo, preparatissimo sulle domande di storia, della sua storia, in difficoltà quando il tenore si alza, così some quando si inizia a parlare del suo privato. Il regista che etichettò il flop americano di Alexander come "ignoranza" da parte del pubblico statunitense, da parte sua non fa nulla per mettere in difficoltà Fidel. Ma gli si concede l'attenuante (?) di una visione sociale e politica sostanzialmente omogenea a quella del dominus Cubae. E proprio quest'affinità ideologico-culturale, che viene messa in discussione da un tipo di riprese che sono tutt'altro che prone alla figura di Castro, ma che allo stesso tempo racchiudono il dittatore e Stone in fraterni abbracci, che rende Comandante forse il lavoro più lucido e coerente degli ultimi anni di attività del regista newyorkese, tanto schierato quanto sincero nella messa in scena di un'intervista-tributo, che alla fine della fiera, non fa altro che umanizzare un po' una figura già storica.

La frase: "..Se non avesse vinto se ne starebbe seduto su una panchina a parlare della rivoluzione?" "No…sarei morto."

La curiosità: Il film, che non ha trovato distribuzione neanche presso la HBO, storica emittente americana "coraggiosa", è stato presentato negli scorsi anni al Festival di Berlino e al Sundance Film Festival.

Pietro Salvatori

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