Cella 211
Il cinema spagnolo sta vivendo una stagione incredibilmente buona.
Presentato nella sezione più interessante della sessantaseiesima mostra del cinema di Venezia, quella dedicata alle Giornate degli autori, Celda 211 è a sorpresa una delle rivelazioni di questo festival.

Una guardia carceraria, al primo giorno di lavoro, rimane tramortita a causa di un piccolo incidente: del calcinaccio è ceduto dal tetto colpendolo in testa. Quando si risveglia, scopre di essere caduto in un vero e proprio incubo: l'intero carcere è stato occupato dai prigionieri. Rimanere vivo in quel covo di criminali non sarà facile...

Tesissimo dramma carcerario come pochi se ne sono visti nella storia del Cinema. Il regista e sceneggiatore Daniel Monzon fa centro confezionando una pellicola emozionante e struggente. Epica e spietata. Grazie a una sceneggiatura che non ha punti deboli, in cui i personaggi si vanno delineando in modo sempre più completo e profondo.
In questo balletto di intenti tra i vari caratteri, le guardie e i prigionieri si scontrano a muso duro fino a scambiarsi i ruoli.
Scompare la distinzione tra buoni e cattivi, quindi, bene e male, e il film diventa un bellissimo affresco di umanità. Ma non solo: Celda 211 dimostra abilità anche nel trattare tematiche politiche di spessore, come la libertà di stampa e le situazioni nelle carceri.
Ottimi gli interpreti, inoltre, con Luis Tosar alla sua prima volta sul grande schermo che lascia basiti; un cattivo, Alberto Ammann, fisicamente molto simile a Colin Farrell; e un pantheon di attori e attrici raramente così affiatati e convincenti. Un film completo.

Bellissimo il finale che lascia senza parole. E come per Rec, aspettiamoci presto un remake americano.

La frase: "Promettimi che quando nascerà il bambino tra noi non cambierà niente. Che scoperemo come prima".

Diego Altobelli

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