Brick - La roba
Che la vita nei licei americani non sia facile ormai è un fatto assodato anche per noi. Ce lo dicono decine e decine di film che ci mostrano un lato a volte ironico a volte inquietante e spaventoso dell'educazione superiore negli Stati Uniti. Rian Johnson con il suo Brick tenta un'operazione piuttosto originale, ambientando in un liceo della provincia americana un film noir secondo la miglior tradizione degli anni '40, attualizzato ai giorni nostri.

Dopo la morte di Emily (Emilie de Ravin, meglio nota in Italia come la Claire della serie Tv "Lost") Brendan (Joseph Gordon-Levitt) cerca di scoprire le vere ragioni della morte della ragazza che amava. Durante la sua ricerca della verità il giovane deve imbattersi in un torbido mondo sotterraneo fatto di droghe e di passioni fin troppo umane, e non potrà perseguire i propri scopi senza sporcarsi le mani.

Brendan agisce con l'acume e la prontezza di spirito (e di pugni) di un giovane Marlowe, e come in una specie di Grande sonno liceale deve confrontarsi con personaggi ambigui e dotati di scopi personali di certo non tra i più cristallini. Ma lo stesso Brendan, secondo la tradizione di genere, non è uno stinco di santo e anche lui ha un passato legato allo spaccio di stupefacenti. La trama si svolge su più livelli paralleli che spesso rendono complessa la comprensione della vicenda, ma proprio questo contribuisce al fascino di un esperimento come questo, davvero rinfrescante nel piattume delle rappresentazione dell'high school statunitense. E forse non è un caso che il film sia ambientato in California, luogo televisivo per eccellenza del piccolo intrigo scolastico di tanti telefilm degli ultimi quindici anni. Il sottobosco del liceo in cui i personaggi si muovono pullulano di informatori ambigui, donne fatali, picchiatori prezzolati e piccoli lord del crimine, ciascuno con le proprie motivazioni fatte di avidità, amore, vendetta e sete di potere, anche se proiettata su un livello di basso profilo, quale potrebbe essere l'ambito di una cittadina di dimensioni modeste.

La regia di Rian Johnson è intrigante nell'esposizione di una vicenda oscura ai limiti dell'intellegibilità con un montaggio serrato ed inquadrature che rendono in maniera adeguata lo spaesamento del protagonista e dello spettatore di fronte ad un intreccio complesso e che sembra sfuggire alle sue pur notevoli capacità di indagine, mentre le musiche di Nathan Johnson rimandano ad atmosfere cupe e notturne.

La frase: "Tutti hanno le proprie cose"

Mauro Corso

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