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Venere Nera











"Non hanno mai visto testa umana e vulva più simile a quella della scimmia, in particolare dei babbuini, se ne deduce che i negri sono discendenti da quegli animali" (cit. da "Venus Noire") Commovente, durissimo, sconvolgente. Il nuovo film del regista franco-tunisino Adbellatif Bechiche: "Venus Noire" è il racconto della difficile e terribile vita di Saartije Baartman, una donna di origine sudafricana appartenente alla popolazione khoikhoi, realmente vissuta all’inizio dell’Ottocento e tristemente nota al mondo come "Venere ottentotta". Una giovane donna libera, solo di nome, che fidandosi del padrone Caezar (Andre Jacobs) lo segue fino in Europa per recitare e al tempo stesso per racimolare un po’ di denaro al fine di vivere dignitosamente in patria, ma diventa ben presto un fenomeno da baraccone, una freak a causa della sua conformazione fisica e per il colore della pelle che la rende così esotica agli occhi degli europei. Viene offerta in pasto al pubblico come un animale addomesticato, legata ad una catena, tanto che l’African Institute di Londra intenta un processo contro Caezar, ma nonostante tutto Sartie discolpa il padrone, che ben presto la tradisce vendendola come una schiava a Réaux (Oliver Gourmet). Questi la conduce a Parigi costringendola perfino a prostituirsi, mentre le sue condizioni di salute peggiorano vertiginosamente portandola alla morte. Nemmeno la morte però ferma i suoi aguzzini che ne vendono il corpo all’anatomista Georges Cuvier (François Marthouret), per studiarlo.
Il calco in gesso del corpo di Sartie e i diversi barattoli contenenti gli organi interni sono stati esposti al Musée de l’Homme a Parigi fino al 1976 quando vengono relegati in un deposito. Nel 1994 però inizia la battaglia legale fra Sudafrica e Francia per riavere i resti di Sartjie. Solo nel 2002 finalmente i resti della povera donna tornano a Città del Capo dove vengono sepolti con una solenne cerimonia pubblica come mostrano le scene finali dopo i titoli di coda. E’ una storia dolorosa, realistica che tocca nel profondo lo spettatore, scuotendolo per gli orrori perpetrati da una società che non si è limitata a straziare il corpo di questa donna, ma che con i suoi sguardi e gesti ne ha annientato la mente e lo spirito. E’ un racconto di solitudine, di abbandono e di disperazione di una persona che si trova a vivere in un mondo diverso dal suo senza conoscerne la lingua, affidando la sua vita ad un uomo che pur sostenendo di considerarla un membro della sua famiglia la sfrutta e infine la tradisce vendendola come una schiava. E’ una pagina di storia poco conosciuta che mostra gli orrori perpetrati dai bianchi, la nascita delle ideologie riguardanti il primato della razza bianca su tutte le altre. E’ un’opera dal linguaggio duro, che rifiuta ogni tipo di lirismo che ne avrebbe inficiato la potenza espressiva, non vi è alcun compiacimento nel mostrare il "calvario" di Sartije. Il linguaggio è teso e realistico, è mostrata la realtà nuda e cruda. I dialoghi sono serrati, ma sono gli altri a parlare, raramente, infatti, si sente la voce di Sartije, è il suo sguardo a parlare, così come i suoi gesti. E’ un film di sguardi lascivi, cupidi, curiosi sul corpo di questa donna, sono questi le vere armi di tortura che permettono agli uomini di straziare e annientare il suo spirito. Yahima Torrès, al suo primo lavoro cinematografico, è la protagonista assoluta del film muovendosi con naturalezza di fronte alla macchina da presa, rendendo vivo e vero il personaggio di Sartjie. Il regista della sofferenza, a cavallo fra due mondi e due culture, quella occidentale e quella orientale, non giudica, ma presenta al pubblico quell’orrore che spesso e volentieri si cerca di dimenticare. Il messaggio morale è evidente, intenso, capace di echeggiare nel silenzio degli sguardi e colpire lo spettatore come un pugno allo stomaco, spingendo quest’ultimo a giudicare gli orrori e la violenza ancora oggi perpetrati nel mondo ai danni delle minoranze e dei più deboli.

La frase:
"Le razze con il cranio depresso e schiacciato sono condannate ad un’eterna inferiorità".

a cura di Federica Di Bartolo

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