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Alps







Dopo aver impressionato la critica ai festival di Toronto e Berlino con "Kinetta", dopo aver vinto il Festival di Cannes edizione 2009 con "Kynodantas" ed essere stato candidato al Premio Oscar nel 2001 come Migliore film straniero, il regista greco Yorgos Lanthimos approda al Festival di Venezia nella sezione ufficiale con "Alpis (Alps)". I protagonisti sono un gruppo di persone composto da un’infermiera, un paramedico, una ginnasta e il suo allenatore che affiancano al lavoro di tutti i giorni, un altro servizio consistente nel sostituire a pagamento le persone morte su commissione da parte di parenti, amici e colleghi del defunto. Tutto questo per mitigare il dolore della scomparsa. Sono un gruppo ben organizzato di nome Alpis, riprendendo il nome dalla catena montuosa delle Alpi e guidato dal paramedico, soprannominato Monte Bianco. Tutto sembra funzionare secondo una ferrea disciplina, tutti riproducono i comportamenti del defunto nei minimi dettagli, fin quando improvvisamente il meccanismo si rompe. L’infermiera, nome in codice Monte Rosa, interpretata da una bravissima Aggeliki Papoulia, non riesce più a distaccarsi dal lavoro e comincia a scambiare la propria vita con quella della povera vittima morta in un incidente stradale. Viene subito sostituita dalla ginnasta, interpretata dalla giovanissima Ariane Labed. Il comportamento di Monte Rosa porta alla rottura con il gruppo e l’esclusione dal lavoro la prostra, facendola cadere in uno stato di profonda crisi da cui non sembra riuscire ad uscire e a ritrovare se stessa. I dialoghi sono essenziali e la colonna sonora è composta solo dalle musiche utilizzate dalla ginnasta durante i suoi allenamenti, è dunque un film scarno, ma ricco di suggestione visiva grazie a inquadrature particolari che arricchiscono una scenografia scarna ed essenziale. Ad integrare tale scenografia c’è anche l’abilità mimica ed espressiva dei personaggi, che con pochi gesti e cambiamenti della voce trasformano la scena. La storia di per sé è molto semplice e chiara, i ritmi sono lenti, anzi lentissimi ed è questo forse che appesantisce l’opera costituita da sequenze di silenzi e di concetti espressi. Tutto scorre, ma per uno spettatore poco attento è certamente difficile stare al passo con le ellissi e i salti operati dal regista, portando l’opera a prendere le distanze dal pubblico.

La frase:
"Se Monte Bianco lo verrà a sapere potrebbe interrompere la nostra collaborazione".

a cura di Federica Di Bartolo

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