A Erva do Rato
A distanza dalla sua ultima opera Cleópatra, Júlio Bressane, considerato uno dei registi brasiliani più originali e sperimentali degli ultimi tempi, torna con un nuovo lavoro, "A Erva do Rato", presentato questa volta, nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia 2008.
"L’erba del topo", libero adattamento di due racconti, "Um Esqueleto" e "A Causa Secreta" del poeta Machado de Assis, si presenta come una pellicola molto ambiziosa e nello stesso tempo fortemente simbolica.
Punto di partenza del racconto è l’incontro fra due sconosciuti in un cimitero in riva al mare, un inizio interessante soprattutto per la riflessione che il regista fa per tutta la narrazione, ovvero sul tema del doppio: anima e corpo, vita e morte, cura e illusione, Lui e Lei.
Il titolo della pellicola, che fa riferimento ad un veleno preparato da un’antica tribù indigena, il Tangaracá, viene spesso citato dall’ottimo Selton Mello, apparendo quasi una sorta di filo conduttore per tutta la narrazione.
Ma l’attenzione alle suggestioni sono vive e per niente da trascurare: da una parte il "ribrezzo" per il roditore, metafora del malessere individuale verso una società odierna, diventata oramai insopportabile, dall’altra, più semplicemente, la convivenza con i propri scheletri, paure mai dominate, ancora da affrontare.
Il registro linguistico che sul piano visivo Bressane usa, è qualcosa di misterioso, ma che nello stesso tempo invade, scavalca, costruisce, smonta.
Importante poi è il lavoro che viene fatto dalla luce, altro elemento prezioso della pellicola, utilizzata quasi in maniera "caravaggesca", che ci conduce inevitabilmente nei riferimenti pittorici, ben presenti (Le Déjeuner sur l’herbe di Manet per esempio).
Il film parla dell’apprensione, della trasformazione della luce, apparendo come una sorta di maschera, dietro al quale se ne cela immediatamente un’altra.
Ma è il rapporto fra i due personaggi, sconosciuti prima, uniti dopo, a parlarci anche di eros, fisico, primordiale, cerebrale.
Senza neanche rendersi conto, sembra di non vedere un film, ma di essere coinvolti in una rappresentazione teatrale. Già perché a tratti, sia la recitazione dei due attori, Mello e Alessandra Negrini (già musa nel precedente Cleópatra), sia la regia, appaiono come segnati dall’improvvisazione, come se non ci fosse niente di scritto, come se tutto nascesse inaspettatamente.
L’intimità con la quale lo spettatore sembra avvicinarsi alla narrazione sa di antico, ma questo Bressane forse, in cuor suo, già lo sapeva.

La frase: "C’è un veleno presente".

Andrea Giordano

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