Vendicami
Costello ha una missione: vendicare la figlia, la cui famiglia è stata interamente sterminata a Macao. Solo un caso ha fatto sì che la donna si salvasse e a lei, tra la vita e la morte, Costello giura di trovare gli assassini. Dalla Francia, in cui esercita la professione di cuoco, l’ormai anziano Costello si reca quindi a Macao, per giungere poi a Hong Kong, metropoli a lui sconosciuta, straniero tra stranieri. Lì assolda killer della vecchia guardia, perché lo aiutino nell’impresa. Anche se Costello ha una certa esperienza in sparatorie, dato che, nel passato, era un noto gangster.

Il regista di Hong Kong Johnnie To con Vengeance, insieme alla sua casa di produzione, la Milky Way, si affida, per la prima volta, a una produzione internazionale. Non solo. In Vengeance c’è un mutamento che, chi conosce il cinema di To, ravvisa subito. La sceneggiatura, contrariamente al solito, è già scritta totalmente: viene così a mancare l’improvvisazione che era una delle cifre stilistiche del regista. La spontaneità e la freschezza della recitazione sono salvate, in extremis, dal fatto che gli attori conoscono poche battute della loro parte, nell’intento di Johnnie To di evitare precedenti elaborazioni da parte degli attori.
Vengeance, al di là della conferma della maestria di To nel creare perfette ambientazioni, che spiccano per originalità e bellezza ‘coreografica’, delle sparatorie e dei litri di sangue che scorrono copiosi, nell’arte di rendere il crimine e i bassifondi, le rudi amicizie virili consolidate attorno a una tavola, si costruisce tutto attorno al protagonista che, nelle intenzioni originali, doveva essere Alain Delon. In realtà Costello si fa tutt’uno con il cantante e attore francese Johnny Halliday, anziano e sciupato dalla vita al punto giusto, con la voce graffiante, il volto solcato dalle rughe, lo sguardo tra lo spietato e lo sperduto.
Vengeance, che nello stesso nome del protagonista, Costello, vuole richiamarsi a Jean Pierre Melville e al suo Le samurai, risulta un connubio tra i gangster movie del regista e i polar francesi, ma mantiene intatta, pur nella sceneggiatura a tratti sbilanciata e semplicistica, la malinconia e sofferenza che i film di To esprimono. Emblematica è la momentanea perdita della memoria del protagonista, che si aiuta con i nomi scritti dietro alle fotografie, in una mappatura di buoni e cattivi, amici e nemici, e che arriva a smarrire il senso profondo del suo cercare e del suo esigere vendetta. Perché la vendetta senza ricordo è inutile: solo la memoria dà un senso ‘etico’ alla sete estrema di giustizia, alla traiettoria perfetta di un colpo di pistola.

La frase: "Mia figlia. Mio genero. I miei nipoti. Sono uno straniero qui. Ho bisogno del vostro aiuto".

Donata Ferrario

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