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Un castello in Italia











Louise è una donna di 43 anni che ha abbandonato una promettente carriera da attrice. Sola, cerca l’uomo che le dia i figli che tanto desidera, mentre la sua ricca famiglia italo-francese attraversa grandi difficoltà: il fratello Ludovic è gravemente malato, la madre si trova a dover far fronte agli enormi debiti lasciati dalla scomparsa del padre. Quando Louise incontra Nathan, molto più giovane di lei, potrebbe finalmente arrivare un po’ d’ordine nella sua vita, ma la loro differenza d’età, il progredire del male di Ludovic, l’incertezza del futuro e la possibilità di vendere il grande castello di famiglia in Italia sembrano ostacolare la strada verso la felicità.
Valeria Bruni Tedeschi torna dietro la macchina da presa a distanza di sei anni dal suo precedente "Actrices", e, come sempre, attinge dalla sua esperienza autobiografica per creare la finzione filmica. I legami che la pellicola mantiene con la realtà sono molto evidenti sia nella scelta del cast, di cui fanno parte la madre (Marisa Borini) e l’ex marito (Louis Garrel) della regista, sia nella materia narrativa. La trama, infatti, ruota intorno a una ricca famiglia italiana trapiantata in Francia, i Rossi Levi, in cui si sente l’eco, anche nel nome, degli industriali Bruni Tedeschi. L’aspetto più personale riguarda il calvario della malattia di Ludovic, alter ego del defunto Virginio, fratello della regista, a cui il film è dedicato: una vicenda che anche la madre ha avuto il coraggio di rivivere con dolore interpretando se stessa.
La Bruni Tedeschi riesce a toccare un’infinità di temi in 104 minuti, tra famiglia, amore, solitudine, morte e religione, e grazie a una sceneggiatura (co-firmata da Agnès De Sacy e Noémie Lvovsky) in grado di dosarli con saggezza riesce a svilupparne la maggior parte con grande senso dell’equilibrio. La bravura della regista consiste nel trattare questo ammasso di questioni utilizzando un linguaggio da commedia, facendo spazio (ma non troppo) al dramma solo nei momenti in cui è inevitabile. La Bruni Tedeschi è molto attenta a non scivolare nel patetico e nel sentimentale, sfruttando tutta l’ironia, il brio e l’ottimismo che riesce a ricavare da una storia come quella che ci vuole raccontare; ha piuttosto qualche problema nel gestire il pericolo opposto, quando si tratta di contenere l’umorismo: in alcuni momenti esagera, e scene come quella in cui la protagonista, isterica e urlante, litiga con un’infermiera riguardo all’appartenenza dello sperma con cui sarà fecondata, sfociano in un grottesco un po’ troppo sopra le righe.
Facilitata dalla presenza di attori che hanno quasi interpretato loro stessi (tranne Filippo Timi, con il quale però si è creata una tale sintonia da far dimenticare la sua natura di "esterno"), la regista sa raccontare ma soprattutto raccontarsi, mettendo in scena le contraddizioni del suo stile di vita per poi arrivare, forse troppo facilmente, ad autoassolversi ("anche i ricchi piangono").
"Un castello in Italia", unico film in Concorso diretto da una donna all’ultimo festival di Cannes, ha il pregio di avere uno sguardo che è nel contempo partecipe e distaccato, con un ottimo senso del ritmo e della narrazione; un film ambizioso ma mai arrogante, anzi, semplice e sincero in ogni sua parte, perfino nei difetti.

La frase:
"Sei vecchia, ma soprattutto sei sola. Non puoi mica rimanere incinta dello Spirito Santo".

a cura di Luca Renucci

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