Transamerica
Per il suo primo lungometraggio, Duncan Tucker sceglie un tema decisamente delicato e potenzialmente fautore di scomodi equivoci. Bree (Felicity Huffmann) è infatti un transessuale in attesa della operazione "definitiva", quando scopre di aver avuto, da una lontanissima relazione, un figlio, che oltretutto gli telefona dal carcere di New York.
Tutto il film, dunque, si poggia pesantemente sul dispiegarsi del rapporto padre/figlio lungo le peripezie del viaggio di ritorno a Los Angeles (città di residenza di Bree), e inquadra l'evoluzione di questo rapporto come unico motore dello spiegarsi della pellicola sullo schermo.
E nel punto stesso della necessità di scavare in un divenire non semplice tra due individui così vicini ma anche così lontani che al regista trema un po' la mano. Non nello specifico filmico. Il girato infatti, pur senza elevarsi nell'eccellenza, si presenta in una forma accettabile per cogliere, senza notare pecche di sorta, il senso del film.
Le crepe si intravedono nella vera e propria gestione della storia e dei personaggi. Si rischia a più riprese di cadere nel grottesco o nel paradossale, per tutta una serie di elementi accessori che vorrebbero indurre ruffianamente lo spettatore a coinvolgersi nella storia, a commuoversi un attimo prima del dovuto. E così Toby a New York si prostituisce, a sua volta è stato sodomizzato dal padre e la madre (la vecchia compagna di una notte di Bree) è morta suicida, e lo stesso Toby finirà a girare film porno per omosessuali. Ma anche la famiglia di Bree è composta da un padre ebreo ninfomane, da una sorella (ex?) alcolizzata e da una madre le cui reazioni ed evoluzioni sullo schermo lasciano interdetti.
Si cerca così di calcare la mano su aspetti tentativamente drammatici, ma che finiscono per rivelarsi grotteschi proprio per la loro compresenza nello stesso momento all'interno di una singola vicenda umana. Fortunatamente in parte ovviano gli attori con delle performance mai sopra le righe, misurate e credibili, anche se forse il Golden Globe alla Huffman sembra esagerato.
Ma una pur buona prova attoriale, una sottile ironia che pervade tutto il film (geniale il titolo del film hard che interpreterà Toby alla fine del film, "Cowabonghole"), non riescono a salvare un film che cade nella tentazione della lacrima a tutti i costi o, peggio, della compassione cercata forzosamente. Lo stesso finale, buonista e ambiguo, prevede la più classica delle ricongiunzioni familiari nell'accettazione dell'altro per quel che è. Ma forse la realtà, l'incontro di entrambi con i rispettivi volti, elemento rivoluzionario all'interno delle rispettive vicende, meritava qualcosa di più che il ritorno ad una quotidianità, che pure era, in un certo senso, "straordinaria".

La frase: "Salve, sono una missionaria della chiesa del "Padre potenziale" ".

Pietro Salvatori

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