La passione di Cristo
La via scelta da Mel Gibson per raccontare le ultime ore della vita di Gesù Cristo è quella del realismo. L'accusa, quindi, di aver ecceduto nelle scene di violenza, indugiando su particolari ripugnanti e nauseanti, suona un pò falsa, se non ipocrita. Raccontare di come si moriva, quasi duemila anni fa, inchiodato ad una croce di legno dopo essere stato fustigato con fruste alle cui estremità sono appesi pietre e chiodi, non è certo un'operazione da commedia brillante ed il nasconderne le pene e le laceranti conseguenze non sarebbe stato coerente con gli intenti del regista ed attore australiano. Che il lavoro di Gibson sia improntato ad un realismo storico quanto culturale - pur in presenza di alcune apparizioni sataniche di dubbio gusto - lo testimoniano anche le scelte di far recitare gli attori in aramaico e latino (con sottotitoli, per fortuna) e di ascrivere ai centri di potere nella Palestina di allora - i Romani, i Farisei, la corte di Erode - la responsabilità per la morte, terrena, di questo figlio di falegname giunto dalla Galilea. Non è detto che sia andata proprio così, ma certamente è uno scenario possibile e, tra l'altro, quello più accreditato. Più che un film antisemita, come accusato da qualcuno, sono del parere che è un film contro il potere del quale mette a nudo la fredda e inscalfibile logica della ragion di Stato: il mantenimento dell'ordine per i Romani, la protezione della proprie posizioni di predominanza intellettuale per i Farisei, la conservazione dei privilegi di una corte lubrica e sfrenata per Erode.
L'operazione intellettuale messa in atto da Gibson mi sembra tutto sommato riuscita. Come detto, l'opera ha una sua coerenza ed una linea guida dalla quale il regista e sceneggiatore (assieme a Benedict Fitzgerald) non si discosta. Però, forse, proprio in questa adesione totalizzante all'assunto ideologico del copione, il film incontra i suoi limiti. La mancanza di una volontà poetica, od anche solo estetizzante, tarpa le ali ad un'opera che oltre al ribrezzo per il rumore degli arti spezzati avremmo voluto ricordare anche per qualche vibrazione interna che il dramma di un uomo crocifisso - per salvare l'umanità intera - avrebbe dovuto suscitare. Gibson ci prova, ma sono pochi momenti. Ci riferiamo alla scena in cui gli anziani del sinedrio decretano la condanna a morte di Gesù o all' "Ecce homo" urlato da un Pilato esterrefatto dalla ferocia della folla, o al composto e nobile dolore di Maria interpretata dalla bravissima attrice rumena Maia Morgenstern.
Per il resto, la storia marcia spedita nei suoi binari senza tentennamenti o dubbi di sorta. Così come il Cristo di Jim Cavaziel ("La sottile linea rossa") che non sembra nutrire soverchie speranze circa la sua sorte e porta la Croce fino all'ultimo sospiro sofferente. Attorno a lui si muovono i personaggi - ora disperati, ora impauriti, ora inermi. Molti di questi sono interpretati - date le location italiane (Cinecittà e la città vecchia di Matera ) - da attori di casa nostra: Monica Bellucci (Maria Magdalena), Mattia Sbragia (Caifa), Luca Lionello (Giuda), Rosalinda Celentano (Satana), Sergio Rubini (Disma). Tra questi anche Claudia Gerini - capace di una maschera drammatica che, confessiamo, non gli conoscevamo - nel ruolo di Claudia Procura, moglie di Pilato, l'unica, tra i romani dominatori, a provare pietà nei confronti del condannato a morte.
Gli altri romani, le truppe imperiali, sono composte da una marmaglia sghignazzante ed oltraggiante, sadica ed insensibile: prodromi della futura inarrestabile decadenza?

Daniele Sesti

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