The City of Violence
Jakpae (The City of Violence), il film coreano presentato fuori concorso alla 63° Mostra del cinema di Venezia, porta immediatamente lo spettatore all'interno del film. Neanche passano i titoli di testa che già una macchina a mano rincorre un gruppo di ragazzi inseguiti da un adulto, tra gli stretti vicoli della città. Prima rapida poi sempre più lenta, la camera non mostra immediatamente quello che succede dietro l'angolo, si sentono i rumori, si intuisce ciò che sta avvenendo, ma non si sa chi le stia prendendo e chi invece le stai dando. Alla fine si ferma sull'uomo a terra.
Da questo incipit prende le mosse Ryoo Seung-wan per raccontare una bella storia di amicizia, potere e combattimenti. Una storia, soprattutto, di sentimenti, condita con una buona dose di scene di lotta e azione.
Protagonista Tae-su, detective del crimine organizzato di Seul. La morte di un caro amico, Wang-jae, lo riporta alla sua città natale. Qui incontra i vecchi amici con cui ha condiviso speranze e gioie. Ma ora tutti sono cambiati e Tae-su inizia ad investigare sulla morte dell'amico, sospettando qualcosa di strano. Ad aiutarlo nelle indagini Suk-hwan.

E' bello notare come in questo film i momenti di interesse e una costruzione sofisticata dell'inquadratura non siano limitati solo alle scene di lotta.
Ryoo Seung-wan ha una profonda conoscenza del cinema e qui si diverte a giocare con alcuni stereotipi, anche del genere western. Quando introduce il personaggio di Tae-su, lo riprende come se fosse un eroe di Leone prima della sparatoria, primissimo piano ravvicinato, musica in sottofondo ma quando l'immagine si allarga scopriamo che è alla stazione a prendere il treno e non sta per affrontare il suo Ok Corrall. Ma per quanto la scena sia spiazzante, anticipa ciò che sarà il protagonista, un vero eroe disposto a sacrificare tutto per un amico. E tutto il film è disseminato di scene che lasciano presagire un tipo di finale e invece ci sorprende con scelte diverse.

Notevole è l'equilibrio che Ryoo Seung-wan riesce a trovare tra i momenti di lotta, quelli di investigazione e quelli più lirici e poetici. La rievocazione dell'amicizia che legava i cinque uomini è divertente e struggente insieme e non manca neanche una bella scena d'azione.
Naturalmente bellissime le tante scene di lotta. Seguendo il modo coreano di filmare i combattimenti non abbiamo mai uno scontro solo tra due uomini, ma sono sempre più persone che si scontrano, spesso gruppi numerosissimi contro i due eroi solitari. I loro scontri si sviluppano da spazi molto ampi a spazi sempre più angusti, quasi a voler sottolineare come la vendetta non sia mai portatrice di un senso di liberazione ma anzi di soffocamento.
Insomma il cinema coreano si conferma ancora come una delle cinematografie più interessanti.

La frase: "Non è il forte che dura, è chi dura che è forte".

Elisa Giulidori

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