Stay - Nel labirinto della mente
Quella eccezionale invenzione meglio conosciuta come cinema non poteva certo lasciarsi sfuggire, grazie alle sue molteplici possibilità di rappresentazione visiva, un affascinante universo astratto come quello psichiatrico, invisibile all'occhio umano, ma tranquillamente ricostruibile sul set; tanto che, già nel lontano 1945, quell'indiscutibile maestro della Settima Arte che portava il nome di Alfred Hitchcock se ne occupò nel suo "Io ti salverò". Oggi, attraverso ricordi, sentimenti e pensieri, è Marc Forster, regista di "Monster's ball - L'ombra della vita" (2001) e "Neverland - Un sogno per la vita" (2004), a tornare sull'argomento con "Stay-Nel labirinto della mente", che pone al centro della vicenda due figure di uomo: lo psichiatra di successo Sam Foster, interpretato da Ewan McGregor, fidanzato con Lila, fragile ma brillante artista che ha salvato da un tentativo di suicidio, cui concede anima e corpo Naomi Watts, e Henry Lethem, con il volto di Ryan Gosling, studente di college scoraggiato ed ossessionato dalla tragedia della morte. Quando il suo terapeuta si ammala misteriosamente, Henry diventa paziente di Sam e gli comunica di essere intenzionato a togliersi la vita il sabato successivo a mezzanotte, per la vigilia del 21° compleanno.
Una coppia di protagonisti, quindi, che ricorda molto da vicino quella dell'eccezionale "The sixth sense - Il sesto senso" (1999) di M. Night Shyamalan. D'altra parte, come nel film di Shyamalan, ci troviamo dinanzi ad un soggetto appositamente costruito per trasportare lo spettatore fino al cosiddetto twist ending, o finale a sorpresa; ma è certo che, dopo pellicole come "Session 9" (2001), "Identità" (2003) e "L'uomo senza sonno" (2004), capaci di spiazzare il pubblico grazie a geniali trovate che, a fine storia, stravolgono, giocando sui punti di vista, quanto si era visto fino a pochi minuti prima, siamo stati abituati a non stupirci quasi più. Puntualmente, infatti, "Stay - Nel labirinto della mente" ricorre ad un intrigo che s'infittisce man mano che subentrano personaggi secondari e che Forster mette in scena attraverso una regia piuttosto classica, basandosi soprattutto sui dialoghi e tirando in ballo raramente virtuosismi tecnici, tanto che il massimo del coinvolgimento emotivo lo si raggiunge nel momento in cui assistiamo all'aggressione da parte di un cane inferocito, e l'insieme rischia di risultare eccessivamente piatto e noioso. Eppure, nonostante la conclusione appaia tutt'altro che originale, presentando perfino analogie con il poco conosciuto "Dead end", diretto nel 2003 da Jean-Baptiste Andrea e Fabrice Canepa, e con il nostro "Le porte del silenzio" (1991) di Lucio Fulci, si esce dalla sala disorientati ed invasi da un certo senso di amarezza, il quale ci spinge alla riflessione nei confronti dei tanti, tragici eventi che assillano il quotidiano vivere e, soprattutto, di come essi possano influire sul percorso vitale dei comuni mortali. Un prodotto non facile come potrebbe sembrare, quindi, il quale, se dal punto di vista dell'intrattenimento appare sicuramente senza infamia e senza lode, nasconde dietro di se una profondità di contenuto tutt'altro che banale.

La frase: "I tuoi problemi cesseranno e la fortuna presto ti sorriderà".

Francesco Lomuscio

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