26 Ottobre 2007 - Intervista ESCLUSIVA
"La recta provincia"
Intervista ESCLUSIVA al regista.
di Federico Raponi

A cena con Raoul Ruiz, arrivato a Roma per ricevere il premio biennale "Maestri del cinema" in Campidoglio e presentare il suo nuovo film "la Recta provincia" alla Festa del Cinema, che gli ha dedicato un'ampia retrospettiva.

Ci parla un po' di "Recta provincia"?
Raoul Ruiz: è stato girato in Cile, la versione originale è di 160 minuti e quella televisiva di 3 ore e 40, andata in onda in 4 episodi alle 24, ottenendo il 10% di share. E' intorno al folklore. Ora cerco di lavorare con uno schema, mi interessano le teorie, le ipotesi false, sbagliate, che diventano vere nel lavoro artistico. Come nel caso di metodo Stanilslavskij, basato su una teoria limitata e falsa, ma che funziona. Oppure la teoria degli astrofisici Bondi e Gold, alternativa a quella del Big Bang e probabile, secondo dei calcoli. Dopo la fotografia del Big Bang è stata abbandonata, ma serve a spiegare certi problemi, per un paradigma nuovo della cultura. Vedo l'Universo come un fiume circolare - che muta e non ha inizio né fine - con ponti, correnti e controcorrenti, che si autoalimenta, ma per la sua stabilità devono intervenire parti che non si sa da dove vengano. Il film spiega la relazione tra cultura colta e popolare, ho fatto come Violeta Parra, che diceva: "vengo a salvare la patria, dunque raccontatemi storie". Proprio come nel romanticismo tedesco: un girovagare in cerca di storie, la valorizzazione dell'elemento della cultura popolare. E' il viaggio di un uomo, una donna e il figlio tonto alla ricerca di uno scheletro disperso in Cile. Sotto la dittatura tagliavano a pezzi le persone e le facevano sparire, quindi la storia ha un eco forte per il paese. Le ossa che vengono suonate come un flauto rimandano ad una versione arcaica dell'Amleto, in cui una voce dice: "cercate le altre parti del mio corpo, che voglio vendicarmi".

Che definizione darebbe del Cinema?
Raoul Ruiz: tutte le arti legate dalla poesia della pazzia dei vati.

Com'è cambiato?
Raoul Ruiz: non è ben pagato, ci sono molti problemi economici, ma "è il miglior trenino elettrico inventato", come disse Orson Welles. Divertente e allo stesso importante. Il film arriva e non stai a guardare ad Hollywood e ai premi. Quando ho cominciato era un mondo bizzarro, ora è un cammino per una triste gloria, possiamo farlo qui e subito. Oggi il digitale permette di usare tecnologia soft e ci sono camere a poco prezzo.

Quali film le piacciono oggi?
Raoul Ruiz: sto diventando pigro. E ho due problemi: non mi piace nulla e mi piace tutto. In giuria a Cannes mi piaceva tutto. Il problema è che anche il film peggiore ha almeno 5 minuti di poesia, e questo rende il Cinema diverso dalle altre arti.

A quale altra attività si dedica?
Raoul Ruiz: ad insegnare e imparare, che è lo stesso.

Alla festa del Cinema viene presentato un documentario su Marco Ferreri. Cosa ne pensa del suo cinema?
Raoul Ruiz: lui prende un tema e va al massimo con una tensione crescente, ma non è detto che non si possa fare. I suoi film spagnoli sono stupendi.

Prossimi film?
Raoul Ruiz: il primo è su storie di vampiri, tratto da "la maison Nucingen" di Honorè de Balzac. Si svolge a Parigi, in una casa dove abitano austriaci che parlano francese. E poi il progetto "litoral", remake un po' più lungo di "le tre corone del marinaio", parte di una trilogia su terra, mare, montagne.

Lei sostiene che lo spettatore proietta sul film un altro film. Qual'è, secondo lei, il rapporto tra l'occhio e l'immagine?
Raoul Ruiz: l'idea paranoica è che il film ti guarda per attaccarti come una tigre. Gli spettatori sono ipnotizzati, si divertono. E' una tecnica per catturare l'attenzione. Mi manca la prova dei neurologi, sono dei sospetti ma forse è vero: le 24 immagini al secondo attraverso la croce di Malta significano, in un film di 3 ore, 40 minuti di nero. Vedi anche nella luce, e nel buio assoluto ci sono dei flash. E lì inventi qualcosa, che si forma nella testa e viene proiettata sul film.

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