08 Maggio 2010 - Conferenza
"La nostra vita"
Intervista al regista
di Andrea D'Addio

A Roma, per presentare "La nostra vita" c'è il solo regista Daniele Luchetti. Il resto del cast rilascerà interviste solo a Cannes,circa dieci giorni dopo l'anteprima romana. Vale la pena accontentarsi: dopotutto è il regista che ha normalmente voce in capitolo su tutto e, se c'è qualcosa da chiarire, lo può fare rispondendo senza girarci troppo in tondo

Iniziamo dalla cornice del film. Contento di essere stato invitato a Cannes?
Daniele Luchetti: Come dico da tempo, anche attraverso i 100 Autori, la Francia è la nazione che più di ogni altra sostiene il cinema dando un'assistenza alle produzioni nazionali che da noi non ci si immagina neppure. Se la Francia è quindi il paese del cinema, Cannes né è l'ombelico. Come dice Woody Allen nel finale di "Hollywood Ending": per fortuna che ci sono i francesi.

Come nasce l'idea del film?
Daniele Luchetti: Qualche tempo fa ho realizzato un documentario sull'occupazione delle case popolari, a Ostia. Ho avuto così modo di scoprire una povertà diversa da quella che forse mi aspettavo. C'era grande vitalità, serenità. Me ne sono innamorato tanto da volerla portare in un racconto. Sono così partito da un personaggio che fosse dentro i meccanismi del lavoro, che li conoscesse bene, che avesse fatto la gavetta e che ancora non fosse affermato. Ho passato molto tempo nei cantieri, ho parlato con amici che ci lavorano, mi sono documentato. I tizi di Frosinone, per esempio, italiani che possono permettersi di lavorare e di aspettare di più per essere pagati sono una realtà, sono gente che lo fa per secondo lavoro e si fa pagare molto di più, sempre in nero. Anche il fatto che gli operai non arrivino con dei camioncini sfasciati ma con dei Mercedes è vero, ne ho visti tantissimi.

Chi sono i tuoi personaggi?
Daniele Luchetti: Uomini e donne solari, vitali, ma che vivono in zone che sono satelliti della città, creati senza un progetto urbanistico e lontanissime dai centri. Si vive così in una totale assenza di cultura, l'unica piazza che esiste è il centro commerciale. C'è un'illusione di benessere

Lei, Soldini, Verdone. La famiglia è sempre più al centro del cinema italiano…
Daniele Luchetti: Ritorniamo alle basi del nostro Paese. In Francia si dice "cherchez la maman". Questa è la nostra parola chiave. Dopo la proiezione di Mio fratello è figlio unico, lo scrittore Abraham Yehoshua mi disse "ora ho capito tutto. Mentre noi israeliani mettiamo al centro dell'esistenza la terra, voi italiani ci mettete la famiglia". L'Italia è la famiglia. Invece di combattere la famiglia, meglio cercare di capirla. C'è poi da considerare un dato narrativo importante. I personaggi senza famiglia sono zoppi. In Italia non esiste nessuno che non abbia un background di madri, padri, fratelli, cugini. Se ci pensate io racconto proprio di un uomo che perde l'equilibrio proprio quando viene a mancargli un pezzo di famiglia

Essere padre ti ha aiutato a tratteggiare il tuo protagonista?
Daniele Luchetti: Sono riuscito ad entrare meglio nella testa di Claudio, nella sua sofferenza, a non banalizzare nessuna emozioni. Una parte fondamentale del film è l'assenza figura femminile e di come il padre allora gestisca l'emergenza senza rendersi conto che, i vari atteggiamenti assunti, non hanno nulla a che fare con la comunicazione padri-figli. Tratta i suoi bambini come pacchi postali. Il film insiste sul discorso dei soldi. Un dialogo alla fine lo risottolinea quasi a far capire che questa sia proprio la chiave di lettura della pellicola. E' voluto? I soldi e la società consumistica degli ultimi vent'anni stanno abbattendo qualsiasi senso dell'etica, cultura e voglia di acculturarsi. Avere ed apparire, sono questi gli obiettivi di tanti di noi. Nonostante però questa caduta dei valori, il nostro Paese ha una grandissima voglia di vivere.

La collaborazione con Elio Germano sembra sia stata ancora una volta molto positiva. La scena del pianto sulla canzone di Rossi ha un'intensità quasi unica. Come l'avete preparata?
Daniele Luchetti: Abbiamo girato quattro ciak per quella sequenza. Elio si è preparato e autosuggestionato a lungo, tanto che non era previsto che fosse una scena così importante ma ha assunto una forza emotiva che poi ci si porta dietro per tutto il film. Quella inserita nel montaggio finale è stato il secondo ciak dei quattro che abbiamo girato.

Come mai la scelta di una canzone rock per un momento come il funerale?
Daniele Luchetti: Ho inserito Vasco Rossi dopo avere partecipato ad un funerale di una tossicodipendente a Ostia che aveva voluto un ultimo saluto sulle note di 'Like a Virgin' di Madonna. Mi era sembrata una scelta forte e allo stesso coerente con le emozioni del mio protagonista, con il suo momento.

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