La nostra vita
Nel 1988 Daniele Luchetti esordiva alla regia con “Domani Accadrà” e veniva invitato per l’occasione a Cannes nella sezione “Un certain regard”. A distanza di ventidue anni, dopo altri due passaggi sulla Croisette con “Il portaborse” e “Mio fratello è figlio unico” l’autore romano ritorna direttamente nel concorso principale. Diciamolo subito il film non è da vittoria, ma si tratta comunque di un buon film. L’Italia che non appare, quella non povera, sempre romana, ma di certo più periferica (Bufalotta, Ponte di Nona) rispetto a quella borghese dei Parioli: cosa fa? Come vive? Quali sono i suoi valori?
Sembra questa la ragione per un film dal titolo così ritrattistico, un “La nostra vita” che sembra volere richiamare all’attenzione tutti coloro che sono estranei da un mondo poco affrontato dal cinema. Senza giudicare, né pregiudizi né voglia di fare la morale da un pulpito che alcuni registi, presuntuosamente, avrebbero messo più in alto, Luchetti narra le vicende del suo protagonista e della sua famiglia, una coppia giovane con due figli e uno in arrivo. Il grado d’istruzione non è alto, ma questo non può essere una colpa, c’è invece il buon senso, la generosità, la serenità d’animo e tanto basta. Il quieto vivere viene però rotto quando arriva il lutto che sconvolge tutto. Cade la speranza, vengono messi da parte i valori ed ecco l’ambizione, il dio denaro per cui pregare e a cui prostrarsi. Ecco allora i ricatti, i problemi, l’umanità da camorra. Come uscirne?

Così come Silvio Soldini nei suoi due ultimi film (“Giorni e nuvole” e “Cosa voglio di più”), Luchetti cerca di portare sul grande schermo un cinema fortemente realista, pieno di problemi comuni, non urlato, ma fatto di vita e di attori che, anche in ruoli di contorno, recitano davvero (dalla Ramazzotti a Bova, passando per Zingaretti e Stefania Montorsi, ex moglie dello stesso Luchetti). Il modo in cui poi rimane addosso per tutta la durata del film sul corpo di un Elio Germano, forse a volte sopra le righe, ma sempre fuoco che cammina, intenso, è tanto ossessivo quanto funzionale alla tensione del film. Escluso l’iniziale momento di svolta narrativo, è sempre dall’imprevedibilità del protagonista che trascende la suspense. Come si comporterà a lavoro? E con i bambini? E l’amico che gli ha prestato i soldi? Non ci sono veri cattivi, non c’è bisogno di una contrapposizione tra bene e male. Siamo quelli che siamo. E se il finale risulta piuttosto sbrigativo nel suo chiudersi bene, c’è da dire che ogni tanto dei bei happy end fanno bene. Va bene la vita vera, ma siamo sempre al cinema.

La frase: "I tacchi sono come i parenti. Sono scomodi, ma aiutano".

Andrea D'Addio

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