13 Gennaio 2009 - Conferenza
"Imago Mortis"
Intervista al regista e al cast.
di Francesco Lomuscio

Con la benedizione del presidente di Medusa Carlo Rossella, il regista Stefano Bessoni e la produttrice Sonia Raule, affiancati dal cast, hanno incontrato a Roma la stampa in occasione dell'uscita di "Imago mortis".

Come è nato questo progetto così particolare, soprattutto se teniamo in considerazione che appartiene a un genere ormai in disuso dalle nostre parti?
Stefano Bessoni: Per quel che mi riguarda, nasce dalla passione nei confronti di questo genere di film, i quali hanno segnato la mia infanzia. Chiaro che in Italia è stato difficile trovare i finanziamenti, poi è arrivata Sonia…
Sonia Raule: Personalmente ho sempre amato questo genere, nel film, infatti, facciamo riferimento a un cinema nato con l'Espressionismo tedesco e proseguito in Inghilterra con la Hammer; un cinema la cui tradizione è stata negli ultimi anni un po' messa da parte.

I rimandi all'Espressionismo tedesco sono più che evidenti, a partire dal nome dell'istituto in cui si svolge il film; avete tenuto in considerazione anche altri modelli?
Stefano Bessoni: Sì, ho tenuto sicuramente in considerazione il recente horror spagnolo di Alejandro Amenábar e Jaume Balagueró, ma anche alcune cose francesi e il nostro patrimonio culturale, da Dario Argento a Mario e Lamberto Bava, senza dimenticare Pupi Avati. Sto cercando di creare un genere di film che, come successo negli ultimi anni in Spagna, spero prenda piede anche in Italia.

Tra gli sceneggiatori c'è anche Richard Stanley, il quale, a meno che non si tratti di un caso di omonimia, dovrebbe essere il regista di "Hardware" e "Demoniaca". Come è avvenuto il suo coinvolgimento?
Stefano Bessoni: Sì, è proprio lui, il regista di "Hardware". Al di là del lavoro svolto con la Pixtar, la gestazione del film è stata molto lunga, vi sono state oltre trenta riscritture che hanno visto coinvolte diverse personalità cinematografiche, tra cui, appunto Stanley. Di suo, comunque, nello script è rimasto ben poco, la stesura che ho tenuto principalmente in considerazione è quella a cui ha preso parte Luis Berdejo, sceneggiatore di "[Rec]".

Geraldine Chaplin non è nuova al genere, recentemente l'abbiamo vista anche in "The orphanage"…
Geraldine Chaplin: Ho colto con grande favore questa proposta perché la sceneggiatura era fantastica, poi a me la fotografia ha sempre spaventato a morte e trovo interessante l'idea che un essere umano arrivi a strappare gli occhi di un altro per vedere l'immagine impressa nella retina.

Oona invece si è spaventata più della sceneggiatura o di lavorare insieme alla mamma?
Oona Chaplin: Sicuramente della sceneggiatura (ride). In realtà, poi, io ho accettato di lavorare a questo film senza sapere che nel cast c'era anche mia madre, si è trattato di una pura casualità.

Quanto di vero c'è nel film e quanto di fantasia?
Stefano Bessoni: Di fantasia sicuramente molto, anche se un fondo di verità c'è. Ancora oggi molti studiosi vorrebbero capire come e se sia possibile estrapolare dalla retina le immagini catalogate dall'occhio umano. Negli Anni Settanta uno scienziato tedesco e uno americano riuscirono attraverso vari esperimenti a estrapolare una piccola immagine dagli occhi di un topo da laboratorio. Una tecnica che nel '600 sarebbe stata impossibile, anche se Athanasius Kircher fu un po' un precursore del processo fotografico nato secoli dopo.

Come mai in Spagna questo genere sta riscuotendo così tanto successo?
Alberto Amarilla: Non lo so, anche se credo che tra Spagna e Italia ci siano molte affinità. Diciamo che in Spagna, per quanto riguarda il cinema, lo sport e le arti in generale, è un buon momento, ma ho visto che l'Italia è un paese pieno di talenti, non so dare una risposta precisa a questa domanda. Comunque, Stefano ha creato un mondo a parte, il mio personaggio di Bruno è un po' il suo alter ego.

Si è forse ecceduto in citazioni in questo film?
Stefano Bessoni: Non credo, ne abbiamo anche tagliate diverse. Quello di voler mettere tutto dentro il film penso sia un problema comune di chi arriva a fare cinema, ma spero di non aver appesantito troppo "Imago mortis" con le citazioni.

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