08 Dicembre 2008 - Intervista
"Diverso da chi"
Intervista allo sceneggiatore Fabio Bonifacci.
di Andrea D'Addio

Il suo prossimo lavoro sarà "Diverso da chi" film con Luca Argentero che uscirà il prossimo Marzo. Nel frattempo raccoglie gli elogi per l'apprezzato "Si può fare" presentato alla Festa del cinema di Roma, dopo essersi già fatto notare per le belle sceneggiature di "Notturno Bus", "Lezioni di cioccolata" e "Amore, bugie e calcetto". Filmup ha incontrato Fabio Bonifacci, uno dei più interessanti sceneggiatori del panorama cinematografico italiano, autore di commedie riuscite come da tempo non si vedevano. E' stata l'occasione per parlare del mestiere della sua carriera e del mestiere, sottovalutato dal grande pubblico italiano, dello sceneggiatore.


Leggi la conferenza stampa

Molti dei suoi ultimi lavori, Lezioni di cioccolato, Notturno bus, Amore, bugie e calcetto, e ora, Si puó fare, hanno la capacitá di far sorridere intelligentemente, trovando il giusto equilibrio tra narrazione e comicitá. E´una strada che in Italia percorrono attualmente, in pochi. Nel cinema di oggi, italiano ed estero, quali sono i suoi punti di riferimento?
Fabio Bonifacci: Devo dire la verità: nessuno. Ci sono tanti autori che mi piacciono ma se penso a "riferimenti" sono tutti nel passato: Billy Wilder, Germi e Monicelli, Leone, Lelouch, l'opera omnia di Mamet. Tra i riferimenti più recenti metterei genericamente "cinema inglese", penso a titoli come "In nome del padre" o "Billy Eliott", passando per "About a boy" o "Quattro matrimoni e un funerale". Come si vede, è comunque tutta roba un po' datata. Non perchè il cinema sia peggiorato, ma perchè c'è una fase della vita in cui si forma lo stile, e i miei riferimenti sono i film che vedevo da giovane. Anche perché ci sono cose che da adulto non fai più: io ad esempio, se un film mi piaceva molto, "riscrivevo" a mano la sceneggiatura rivedendolo piano piano in cassetta. Così dovevo entrare nella testa degli autori e fare il loro percorso a ritroso, cercando di capire come avevano scritto sulla pagina l'effetto che poi mi era piaciuto sullo schermo. E' un esercizio fantastico, ma puoi farlo solo a una certa età: per "C'era una volta in America " c'ho messo 3 giorni a tempo pieno, e oggi non li avrei. Così i miei "riferimenti" restano ancorati a quel periodo, ma non credo sia un problema: qualcuno ha detto che per imparare una disciplina basta studiare anche un solo maestro, purchè davvero a fondo. Per la cronaca, l'autore di cui ho trascritto più film è Billy Wilder.

Durante la conferenza stampa di Si puó fare, ha affermato che di aver capito che la storia funzionava perché quando la raccontava in trattoria, o al bar tra amici, vedeva che l'interesse di chi ascoltava era alto. Lo fa spesso?
Fabio Bonifacci: Sempre. Nel mio lavoro "uso" molto le persone reali, sia come spunto per le storie sia come test per capire se funzionano. Per questo non mi sono mai trasferito a Roma, dove ho tanti amici ma solo tra gente che fa il mio mestiere. Invece nella città in cui sono nato ho strati di conoscenze creati negli anni, in cui stanno dentro persone di tutti i tipi e tutti i mestieri. Questo mi permette di attingere di più a spunti tratti dalla realtà e, al tempo stesso, di "testare" le storie raccontandole a gente fuori dal giro, cioè spettatori normali. Tra l'altro le persone hanno un istinto formidabile per le storie: magari vanno a vedere brutti film (contano anche questioni di promozione e distribuzione) ma se ci parli a quattr'occhi riconoscono al volo una buona trama. La fiducia su un soggetto come "Si può fare" -che sulla carta non era esattamente quel che entusiasma i produttori- mi è venuta proprio guardando gli occhi delle persone a cui lo raccontavo.

L'importante quando si racconta una storia é sicuramente sia il "cosa" che il "come". Per uno sceneggiatore, quanto pensa sia importante capire chi si ha di fronte, quando si racconta una storia?Quanto si modula la propria voce a secondo dell'interlocutore?
Fabio Bonifacci: Io modulo totalmente la mia voce sull'interlocutore. Non voglio fare un film che piaccia a me: voglio fare un film che piaccia a chi lo guarda. Poi bisogna vedere chi si sceglie come interlocutore. Io ad esempio ho una renitenza a pensare in termini di "target": film per ventenni, per trentenni, per donne, per coppie. A sentire queste cose mi viene l'ansia. Io come target penso a "tutto il mondo", vorrei fare film che abbiano dentro emozioni vere, e facciano davvero ridere o piangere o pensare, o tutt'e tre. Quando ci riesci, secondo me un minimo di target per strada lo trovi. Va detto però che i produttori non hanno torto a parlare di target: i numeri infatti dicono che mentre un tempo la gente andava al cinema per conoscere mondi nuovi, oggi molti vogliono vedere un ritratto della propria generazione e del proprio gruppo. In sintesi: il cinema non più come scoperta dell'altrove ma come specchio di se stessi. A me questo non piace ma è la realtà, e bisogna farci i conti. Il che, in sostanza, significa che dopo aver scritto un film seguendo i miei criteri, poi cerco di venderlo inventandomi fantomatici target a cui sarebbe diretto. Qualche volta funziona.

Quali sono le fonti di ispirazione delle storie che scrive?
Fabio Bonifacci: Sostanzialmente tre: le persone reali che incontro, i giornali e le mie fantasie di vita. L'ultima è la più forte, perchè sin da bambino sono abituato a vivere esistenze immaginarie. Mi viene un'idea assurda (fondare un'azienda, aprire un locale, presentarmi alle elezioni, trasferirmi sulle Alpi) e la fantasia si scatena: vedo i luoghi, le persone, i conflitti, immagino i dialoghi, immagino tutto come se già fosse già reale. Mi ci balocco qualche giorno, poi passo ad altro. Lo faccio da quando andavo alle elementari ma oggi, ogni tanto, riemergo da una fantasticheria e penso "E se fosse un film?". Un altro grande spunto sono i giornali, soprattutto le cronache locali, e soprattutto le notizie più piccole che a volte contengono vere chicche. Infine, comunque sia nata la storia, vado a "lavare i panni" per strada. Se nella trama c'è un vigile, devo parlare con almeno due vigili veri, sennò non riesco a scrivere. La cosa strana è che, più sto aderente alla realtà, più rischio che mi dicano "non è un po' grottesco?". Il mio timore è che ormai siamo tutti un po' corrotti, per cui la realtà spesso ci sembra esagerata. Se invece un personaggio somiglia alla fiction, allora sembra realistico.

Quanto é importante per avere una buona resa sul grande schermo, la cooperazione tra regista e sceneggiatore?
Fabio Bonifacci: Ho sempre pensato che questa collaborazione fosse fondamentale, necessaria e imprescindibile. Però mi è capitato di veder buoni film girati da registi con cui avevo avuto una collaborazione assai scarsa. Così come, con uguale sorpresa, è accaduto il contrario. Per cui non so cosa dire: la realtà ha smentito una opinione che mi sembrava assolutamente giusta e non ne possiedo un'altra. E' vero però che quando la collaborazione è davvero intensa, e diventa anche amicizia e complicità, forse si vede. Questo ad esempio è il caso del mio rapporto con Giulio Manfredonia, regista di "Si può fare".

Manca in Italia la cultura del "non é necessario che il regista sia anche sceneggiatore del film che dirige"? Quali ne sono, a grandi linee, gli effetti?
Fabio Bonifacci: Secondo me è un limite. Gli americani, che misurano tutto, hanno fatto ricerche secondo cui il talento narrativo (costruire storie) e il talento visivo (costruire immagini) interessano parti diverse del cervello, ed è raro trovare una persona che le possieda entrambe in modo spiccato. In Italia, unico paese al mondo, si dà invece per scontato che il regista debba anche saper scrivere, altrimenti non è un vero regista. Questo preconcetto ha vari effetti negativi. Primo, deresponsabilizza il ruolo dello sceneggiatore: se la storia alla fine è percepita comunque come "storia del regista" perché uno deve farsi il mazzo e lavorare al massimo delle possibilità? Se colpe e meriti vanno comunque ad altri, è umano che col tempo venga la tentazione di tirare un po' via. Due: questo modo di pensare fa sì che un regista, per sentirsi tale, debba scrivere anche quando non ne ha gli strumenti, il che produce un numero maggiore di sceneggiature sbagliate. Tre: se qualcuno, come me, si ostina a lavorare da solo, finisce per lavorare quasi solo con registi esordienti. L'Italia infatti l'unico paese in cui non puoi mandare una sceneggiatura a un regista affermato, perché già sai che le sue storie se le scrive da solo. Nel resto del mondo questa invece è la regola, e non credo siano tutti stupidi fuori che noi.
Devo però dire che alcune cose stanno cambiando: il numero di produttori che crede nella divisione del lavoro tra scrittura e regia è in forte aumento. Quello dei registi un po' meno, ma qualcosa si muove, soprattutto fra i giovani. Poi è chiaro: se nasce qualcuno che scrive bene e gira meglio è una cosa ottima. Ma dovrebbe essere considerata l'eccezione, non la regola a cui attenersi per essere considerati autori veri.

L'Italia é un Paese in cui tutti sono convinti di avere l'idea giusta per un libro o una sceneggiatura. Cosa differenzia, a suo avviso, una buona sceneggiatura da una cattiva?
Fabio Bonifacci: Una buona storia è come l'intelligenza: impossibile definirla ma quando te la trovi davanti la riconosci subito. Per cui il consiglio è semplice: fatela leggere agli amici e sentite cosa dicono. Soprattutto: guardate gli occhi, che mentono meno delle parole. Poi per scrivere c'è un consiglio di uno scrittore americano che mi piace molto. Dice che la prima riga ti deve far venir voglia di leggere la seconda, la seconda di leggere la terza, e così via fino alla fine. Molto semplice, in teoria. Poi, su come tentare di ottenerlo in pratica, potrei scrivere 100 pagine, e non mi pare il caso di farlo. Anche perché l'ho già fatto e, se a qualcuno interessa, tra un mese le 100 pagine saranno disponibili gratuitamente sul mio sito www.bonifacci.it (ora in costruzione).

Con Notturno Bus ha esplorato, apportandogli una bella dose di ironia, il genere noir. E´stato un film che ha riscosso ovunque grandi apprezzamenti. C´é il progetto di un film dalle stesse atmosfere?
Fabio Bonifacci: No. Ho due storie noir ma in genere quando ne accenno non vedo salti di entusiasmo. Il problema è che nel noir in Italia abbiamo poca tradizione: anche in letteratura si è imposto davvero solo dai primi anni 90, grazie al lavoro di Lucarelli e tanti altri. Nel cinema è un terreno ancora poco esplorato ed è considerato rischioso dai produttori, anche perché raramente i noir italiani hanno ottenuto grandi incassi. Chi deve investire i propri soldi in un film a queste cose ci guarda, e giustamente. Noi autori possiamo fargli cambiare idea solo in un modo: ottenendo risultati. Personalmente spero che accada, perché il noir è una delle mie passioni di lettore e spettatore.

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