Postal
Per capire quale spirito demenzial-anarchico si trovi alla base di "Postal", più che tirare in ballo l’assurda sequenza di apertura, con due terroristi islamici alla guida di uno degli aerei dell’11 settembre che si mettono a discutere sul numero di vergini promessogli per l’eternità, occorre attendere il momento in cui il regista Uwe Boll, nei panni di sé stesso, prima dichiara che i suoi film sono finanziati con l’oro nazista, poi, in un particolare momento, afferma: "Odio i videogiochi".
Affermazione che non può fare a meno di suscitare risate se pensiamo che il cineasta tedesco ha praticamente costruito la sua carriera in maniera quasi esclusiva sulle riletture cinematografiche dei videogame, da "House of the dead" (2003) a "BloodRayne" (2005), fino allo stesso "Postal", il cui protagonista Postal Dude (Zack Ward), stanco delle angherie della volgare moglie obesa e reduce da un disastroso colloquio di lavoro, prima si allea allo zio Dave (Dave Foley), capo di una promiscua setta religiosa ed in difficoltà finanziarie, per mettere illegalmente le mani sulle preziose bambole Inguinal a forma di pene (!!!), poi arriva a convincersi che, quando non si ha più niente da perdere, non c’è nulla di più edificante del lasciarsi andare a violenza e distruzione.
Lo script per mano dello stesso regista in collaborazione con Bryan C. Knight, quindi, non funge altro che da pretesto per trasformare l’ilare cittadina di Paradise in un esilarante inferno di grotteschi personaggi e pallottole volanti volto ad attaccare senza sosta e senza regole tutto e tutti, da una presunta fraterna amicizia tra Osama Bin Laden (Larry Thomas) e George W. Bush (Brent Mendenhall) all’ipocrisia di chi si nasconde dietro la maschera religiosa, includendo anche l’odio secolare nei confronti degli ebrei e frecciatine al lavoro di poliziotti e giornalisti.
Per un’esplosiva (in tutti i sensi) miscela che, infarcita con un pizzico di splatter e senza preoccuparsi troppo di scadere nell’offesa (del resto si tratta di finzione), sembra mettere alla berlina l’intero sistema a stelle e strisce (e non solo) ricorrendo ad una comicità figlia sicuramente della ZAZ di Jim Abrahams e i fratelli Zucker, ma che ricorda in diversi momenti anche i prodotti Troma, l’irriverenza southparkiana di Trey Parker e Matt Stone e perfino la saga dei pomodori assassini di John De Bello.
E, alla faccia di chi ha definito Boll il peggior regista d’inizio millennio, si riesce nella ormai non più facile impresa di costringere lo spettatore a sfoggiare in non poche occasioni il proprio sorriso.

La frase: "Nessuno vuole più morire se poi non rimedia delle vergini".

Francesco Lomuscio

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