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Penultimo paesaggio











Le immagini sono in bianco e nero, mentre vediamo una misteriosa figura maschile che, ripresa sempre di spalle, si aggira per le strade di Parigi per poi rivelare le fattezze del Luciano Levrone conosciuto come dj con il nome d’arte Luzy L; il quale, per il regista Fabrizio Ferraro, aveva già preso parte a "Piano sul pianeta (malgrado tutto, coraggio francesco!)" (2010), documentario realizzato tra "Je suis Simone-La condition ouvrière" (2009) ed "Ethos (verrà presto il giorno in cui gli attori e le attrici non crederanno più che le loro maschere e i loro costumi siano essi stessi)" (2011).
"Mi piace pensare a questo film come a un inno alla luce, che modifica continuamente il suo mondo e il suo formarsi. Infatti, una volta capito che il buio non è assenza di luce, ma solo una diversa intensità della luce, forse, quella départ, potrà essere possibile e auspicabile" precisa l’autore, che introduce il primo dialogo soltanto dopo diciotto minuti di visione, man mano che prende forma il casuale incontro tra il protagonista e una giovane donna incarnata da Simona Rossi, la quale comincia a consumare con lui una relazione all’interno di uno spoglio appartamento della capitale francese, sempre più avvolgente e rarefatta.
Perché, insieme ai due, è proprio la città della Torre Eiffel la protagonista delle quasi due ore totali, codificando con la sua struttura urbana lo spartiacque tra classi sociali e lasciandone intravedere equilibri e regole; mentre, tra bianco "sparato" degli sfondi e silenzi quasi dominanti nell’intervallare i pochissimi dialoghi presenti, è in particolar modo una certa influenza dalla cinematografia di Ingmar Bergman a farsi sentire.
Con notevole attenzione per le immagini e la musica classica – da Vivaldi a Bach – a commentare l’insieme, non privo di (sotto)testi politici e di un per nulla celato sguardo critico nei confronti di una società senza riscatto, arresa ai discutibili valori imperanti.
Insieme, comunque, non adatto al pubblico portato per lo spettacolo ordinario e la facile emozione e per meglio capire il quale, forse, è indispensabile prestare attenzione a questa dichiarazione di Ferraro: "Penso a quanto il passeggiare e attraversare le vie, i boulevards di Parigi, i Passages noti e segreti, abbia cambiato noi e il film stesso: Parigi era, e voleva essere all’interno del film, una possibilità di apertura, una sorta di passaggio verso un viaggio indefinito tutto da costruire. Per questo il film si nega un po’ alla rappresentazione, all’intreccio narrativo, ma vive ogni secondo in bilico tra ciò che poteva essere e ciò che invece sarà: il film si è costruito in un cambiamento continuo, in un’apertura continua alla vita e al mondo che cambiava in ogni istante".

La frase:
- "Da quanto tempo vivi in Francia?"
- "Da circa quattro mesi. E tu?"
- "Circa... sei mesi".

a cura di Francesco Lomuscio

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