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Parkland









Il film d’esordio di Peter Landesman raconta dell’assassinio di John F. Kennedy e dei giorni subito successivi la sua morte. Intorno al corpo del presidente deceduto ruotano le vite di personaggi che in un modo o nell’altro si ritrovano coinvolti nella vicenda: chi indirettamente (il foto-reporter interpretato da Paul Giamatti) chi perche’ legato emotivamente o lavorativamente ad esso (il capo dei servizi segreti di Bob Thornton). Tutti, indistintamente, vivono un clima di ossessione e perenne angoscia, dove catture e omicidi si susseguono, nel disperato tentativo di fare giustizia al corpo assassinato dal presidente.
Focalizzando il suo interesse sul momento dell’omicidio e sulle immediate conseguenze che esso ebbe su una societa’ traumatizzata, Liebesman abbraccia uno stile ed un’estetica derivati dal piu’ recente thriller hollywoodiano, dove la presenza costante della camera a mano e un montaggio nevrotico e dinamico giocano (o dovrebbero giocare) un ruolo determinante nella costruzione di quel clima di manifesta disperazione che avvolgeva uno degli episodi piu’ cupi della storia americana del Novecento.
L’approccio di Landesman pero’ non riesce ad andare oltre la buona ricostruzione storica ed estetica, e il suo racconto non sembra mai imboccare una direzione chiara per poi approfondirla, limitandosi invece ad abbozzare contesti, atmosfere e personaggi. Manca uno sguardo convinto sulla vicenda o che perlomeno garantisca coerenza e solidita’ alla storia raccontata.
L’intenzione di Landesman e’ quella di realizzare un racconto corale, ma tutta la struttura del film e’ minata da una scrittura superficiale e generica, che rende i personaggi dei semplici strumenti necessari allo svilupparsi della vicenda e non quegli individui travolti da un evento dalla gigantesca portata drammatica che il film vorrebbe raccontarci.
Sprofondare nella totale anonimita’ e’ il rischio peggiore per una produzione del genere, poiche’ viene seppellita, con lo scorrere del minutaggio, quell’esigenza che dovrebbe sostenerla dall’inizio alla fine, e "Parkland" vi incappa totalmente: quello che rimane è una panoramica di volti e situazioni che non scava mai oltre la superfice e l’uso scellerato di un cast ricchissimo che, se guidato da una direzione consapevole, poteva offrire molti più stimoli e sfumature (eccezion fatta per un Zac Efron assolutamente fuori ruolo).
Resta avvolto nel mistero il motivo per cui un film del genere debba essere inserito in un concorso che, nonostante alti e bassi, sceglie i suoi titoli o per elevate qualità artistiche o perché offrono uno sguardo originale o quantomeno interessante. Questo "Parkland" non possiede né le une né le altre caratteristiche e rimane nel limbo dei film medi, incolori e buoni al massimo per un passaggio televisivo.

La frase:
"Se ci penso questa e' la peggior cazzata delle forze dell'ordine americane!".

a cura di Stefano La Rosa

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