Orfeo 9
Il cinema di oggi, e degli ultimi anni, ha saputo innamorarsi, ed affezionarsi al genere dei musical.
Basti pensare a cosa Rocky Horror Picture Show e Jesus Christ Superstar ieri, Evita, Moulin Rouge e Chicago oggi, abbiamo saputo regalare.
L’Italia ha conosciuto questo modo di fare cinema, per la prima volta, 35 anni fa, e lo ha fatto con il regista Tito Schipa Jr., figlio del famoso tenore, che realizzò Orfeo 9, opera rock, diventata teatrale, poi arrivata al cinema.
Un lavoro nascosto, dimenticato per troppo, ed ora rinato grazie alla Mostra del Cinema di Venezia 2008, che lo ha riscoperto e voluto come film di chiusura.
Scritto, diretto e interpretato da giovanissimi (nel 1973 Schipa aveva 25 anni), in un periodo come gli anni ’70, fucina di sperimentazioni, la pellicola è stata la prima ad essere rappresentata nel mondo (avvenne al teatro Sistina di Roma).
Il film, censurato e boicottato dalla critica di allora e uscito in pochissime sale, tocca le tematiche più scomode, dalla droga al sesso, dai sogni lisergici fino al pericolo di (ri)caduta di una generazione, e lo fa ispirandosi liberamente, in una chiave fortemente moderna e d’avanguardia, al mito di Orfeo ed Euridice.
Un progetto tutto italiano, un fenomeno di costume, nel quale il regista ha avuto il merito di osare, e di coinvolgere alcuni degli artisti più promettenti di allora, da Loredana Bertè e Renato Zero, da Bill Conti (compositore premio Oscar per Uomini veri e nominato per Rocky), ai futuri giornalisti Claudio Sabelli Fioretti e Giuliano Ferrara.
Un lavoro ambizioso, dal nome che suona come una sinfonia (il 9 è un omaggio a Revolution n.9 dei Beatles, che prendeva in giro i cosiddetti presuntuosi della musica contemporanea) si apprezza, anche per quella creatività rischiosa, un tempo forte, oggi meno.
Tanto è interessante è il film di Shipa, per cromatismi e improvvisazioni, che sarebbe curioso rivederlo al cinema o in televisione, quanto meno per poter misurare la reazione del pubblico di oggi, che forse, saprebbe apprezzarlo sinceramente.
Può apparire un racconto conflittuale e disarticolato in certi tratti è vero (i set di cartone, le recitazioni un pò superficiali e banali, "l’arrangiamento" nelle scene, ne sono una prova concreta), ma il suo essere composito e futuristico, (anni prima di Mtv o dei Queen), piace e ci cattura, al di là del tempo e delle mode che passano.
D’altronde il vintage non è mai stato così moderno.

La frase: "Bisogna essere felici".

Andrea Giordano

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