Old Boy
Dalla Corea con furore. Furore (probabilmente) esagerato. In questi due brevi periodi si potrebbe sintetizzare l'essenza del film di Park Chan-Wook, esaltato in patria e sdoganato l'anno scorso a Cannes dal premio della critica. Al regista gli si deve riconoscere coraggio e maniera, nel mescolare le carte di un insieme che riecheggia in salsa tarantiniana le sacralità e le pulsioni profonde di tematiche che hanno radici nei miti della classicità. Come non leggere nel ghigno di Oh Dae-Su, il protagonista interpretato da Choi Min-Sik, una rilettura socialmente attualizzata e distorta del mito/tragedia di Edipo. Ma è tutto il film che si pone come involucro consciamente derisorio di un nocciolo duro che ispira timore e soggezione.
Non basta un buon montaggio (eccezionale nelle primissime battute) e un'altrettanta buona fotografia (anche se un po' manierista nel ricordare, a tratti, le atmosfere limacciose e umide di Wong Kar-Wai) e un contrappunto musicale di tutto rispetto (che attinge a piene mani da una cultura "europea" nel fungere spesso da filo rosso del tutto) per fare di un film ben realizzato un'opera di ampio respiro.
E, volendo, la pecca principale è proprio l'ampio respiro che il regista tenta di imprimere alla storia. Man mano che lo scioglimento dell'intreccio si dipana, si ha la sensazione che i cambi di direzione e gli svelamenti di significato si affastellino, divenendo man mano troppi, troppo articolati, e per questo disperdendo quella forza visiva di cui il film si fa portatore.
E questa mania di svelatrice che connota la seconda metà del film si fa sentire anche a livello di messa in scena. Il rigore esasperato di una descrizione nervosa e insieme lineare, lucida e limacciosa vien man mano perdendosi in un affollarsi di piani narrativi (ed anche visivi) diversi, che fanno perdere di coerenza all'insieme e ne minano la portata innovativa, potenzialmente presente.
Old boy, d'altra parte, arriva a connotarsi per un'ostentata esibizione della violenza, frenetica ma anche voyeristica, che poco sembra c'entrare con l'architettura globale del film.
Sicuramente un film che farà discutere, ma che corre il rischio di divenire oggetto di culto per una certa tendenza modaiola che vuol far diventar tutto oro ciò che arriva dal far east, mentre in realtà nulla più è che un discreto buon film.

La frase: "Se ridi, tutto il mondo riderà con te. Se piangi, piangerai da solo".

Pietro Salvatori

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