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Oculus











Chiariamolo subito: se vi aspettate il film horror condito da decine di squartamenti, sangue che schizza, budella in mostra sotto al sole, siete sulla strada sbagliata. Oculus ha la sua giusta dose di orrore malsano, che però non sfocia mai nel piatto troppo insanguinato e soprattutto, difficilmente fa paura.

Tim e Kaylie, fratello e sorella, hanno vissuto da piccoli una terribile tragedia: la morte di entrambi i genitori. Tim è stato accusato del loro assassinio, ma la sorella è convinta che dietro a questa morte ci sia la mano di una forza maligna, generata da un misterioso specchio che la famiglia possedeva in casa. I due si ritrovano dopo dieci anni, passati in istituti di recupero separati, decisi a scoprire la verità.

Lo spettatore viene subito messo di fronte a storia compiuta e dopo poche immagini conosce i fatti. Ciò che gli manca, sono i piccoli tasselli che li compongono. Insomma, manca il "come" e resta da chiarire tutto quello che ruota intorno allo specchio. Il rischio di rivelare subito, anche a grandi linee, il contenuto di una storia, può essere un bene se si riescono a gestire i quasi 100 minuti (in questo caso) successivi; un male, se bisogna continuamente ricorrere a forzature per rendere meno piatta la narrazione. Oculus sta un po' nel mezzo: procedendo nella sua accumulazione di dettagli, raccontando sia il presente sia il passato, gioca con le dimensioni flashback-tempo reale, ora separati, ora intrecciati. Proprio grazie a questo binomio dei due “tempi”, il film riesce a tenere viva la sua tensione, nonostante, nelle sue macro-linee, lo spettatore sappia già quello che succederà. Ma quando l'accumulazione narrativa lascia spazio a quella visiva, le lancette del gradimento si spostano pesantemente verso il basso. La forzatura di alcune scene, poco utili all'evolversi dell'intreccio e in generale l'accumulo di immagini che vorrebbero essere del terrore, costituisce un tentativo di staccare dalla linea principale e forse di acquistare una maggiore dimensione dell'orrore. In entrambi i casi, il risultato è deludente. Se pure fosse un tentativo di culto dell'immagine, risulterebbe fallito perché il film ne è quasi interamente privo.

Il regista Mike Flanagan, insieme al co-sceneggiatore Jeff Howard, ha però costruito i punti migliori del film nel modo di costruzione dei ricordi dal presente al passato, affidandosi direttamente alla memoria dei ragazzi. Dovendo pescare da qualcosa successo parecchio tempo prima, i due possono farlo in modo diverso e con relativi dettagli differenti. Ci si chiede dunque quale sia la verità, se si tratti di ricordi, suggestioni, o convinzioni dettate dalle proprie credenze e in sostanza, da quale punto di vista si stia osservando la storia. Questo conferisce un instancabile, quanto misterioso e piacevole beneficio del dubbio.

Oculus parte svelando e prosegue aggiungendo dettaglio su dettaglio. Non è la patria delle invenzioni, ma il filo generale, costituito dalla duplicità temporale, regge, perché tenuto in vita direttamente dalla memoria, imprecisa, dei protagonisti. Si inceppa qua e là, in una durata delle sequenze al presente o al passato non proprio calibrata. Degli attori, si salva solo la bambina (Annaline Basso).

La frase:
Kylie riferita allo specchio: "Bentornato...devi essere affamato".

a cura di Matteo Colibazzi

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