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La vita negli oceani











Il documentario in senso "classico", educativo, che deve mostrare e spiegare un fenomeno, è considerato noioso e totalmente privo di valore estetico. In poche parole, la vecchia concezione dello scopo del cinema della realtà porta la maggior parte degli spettatori a pensare che film come "La vita negli oceani" potrebbero essere noiosi e per niente interessanti. Questo pensiero è decisamente fuorviante e l’opera di Jacques Perrin e Jacques Cluzaud lo smentisce in modo definitivo.
I due registi, con l’aiuto di produttori dal polso fermo e una schiera di operatori e direttori della fotografia di grande professionalità, portano sullo schermo un affascinante viaggio negli oceani del mondo: sott’acqua e in superficie, ci vengono mostrate tutte le bellezze marine di cui il nostro pianeta dispone; le più strambe e curiose creature del mare sono riprese in situazioni di la calma come di energia, di libertà ma anche di sottomissione all’uomo, il cacciatore.
Il termine documentario però, si rivela riduttivo in quanto, all’inizio e alla fine del film, un bambino (che funge da filtro per lo spettatore) viene iniziato alla storia degli oceani, ponendo le basi di un impianto favolistico e a tutti gli effetti narrativo. Al piccolo vengono illustrati il mistero e la diversità che gli esploratori cercavano nelle acque infinite, il fascino del viaggio, della scoperta e molto altro. Un mondo di sconvolgente bellezza che i due autori francesi ci raccontano attraverso un sapiente uso del ralenti, inquadrature ben strutturate e una fotografia mozzafiato.
"La vita negli oceani" non è fatto solo di una serie di sequenze illustrative, ha invece un ottimo valore estetico e visivo.
Un’esperienza di blu, azzurri e bianchi luminosi accompagnati da una colonna sonora epica, orchestrata da manuale dal compositore Bruno Coulais. Il commento sonoro è costituito, oltre che dalla musica vera e propria, anche da tutti i suoi del mare che il film ci restituisce in presa diretta con tutta la loro forza e il loro fascino.
Tra le numerose location in cui è stato girato il documentario, vale la pena di segnalare i fondali dell’Oceano Atlantico, Indiano, Artico e Antartico, oltre alle acque dell’America del Nord, dell’Australia e dell’Asia. Un viaggio lungo e intenso, splendido per gli occhi e per il cuore, persino divertente: attraverso un apposito montaggio, alcune situazioni curiose che sono capitate casualmente di fronte alle telecamere sono rese ancora più strambe ed esilaranti.
In conclusione, si deve tenere conto anche della difficoltà del lavoro svolto da Perrin e Cluzaud (e tutti gli operatori che erano con loro): realizzare inquadrature subacquee così raffinate e gradevoli non è per nulla semplice e anzi, richiede una mole di lavoro pratico non da poco, richiede pazienza e conoscenza dei mezzi.
Tutte queste qualità le ritroviamo ben visibili fin dalla prima inquadratura.

La frase:
"Che cos’è l’oceano?".

a cura di Fabiola Fortuna

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