No Problem
Il mondo della fiction televisiva, come abbiamo imparato anche da Boris, a causa della lunga durata di un prodotto seriale, sembra essere destinato a creare inimicizie di lungo corso. In "No problem" abbiamo un caso estremo: un bambino che cerca di rubare la scena al padre, riuscendovi peraltro con grande facilità grazie alla propria condizione infantile particolarmente suscettibile di commuovere, creando simpatia nell’audience. Quando però un secondo bambino identifica il personaggio della finzione con il padre tragicamente scomparso, le cose si complicano notevolmente.

Vincenzo Salemme ha sempre avuto il dono di prendere un fatto paradossale, al limite della credibilità, e di costruire intorno ad esso una vicenda coerente. Anzi, era proprio il paradosso e la reazione umanissima dei personaggi di fronte all’incredibile a creare una situazione comica in grado di reggere per tutta la durata della pellicola. In questo "No problem" Salemme si pone un obiettivo in apparenza più semplice ma in realtà molto più ambizioso: quello di esaminare il rapporto tra realtà e finzione, fra il talento vero e l’effimera apparenza data dal facile successo televisivo, e in ultima analisi tra l’interpretare un padre ed essere un vero padre.
Anche se il regista e attore napoletano cerca anche in questo caso di sviscerare tutte le potenzialità comiche di una realtà in verità molto drammatica, si sente di fondo una mancanza di coraggio, che gli impedisce di andare al fondo dei problemi e di essere davvero graffiante nella satira delle produzioni televisive italiane. Colpa ormai grave, dopo aver sbirciato grazie a Boris tutte le possibilità di un dietro le quinte di questo settore.

Se non altro Salemme si circonda anche in questo caso di bravi attori, che però relega spesso in parti ripetitive e macchiettistiche. Così Segio Rubini è condannato a un personaggio imprigionato nella sua scarsa ma pretenziosa conoscenza dell’italiano, meccanismo comico che stanca molto rapidamente; Iaia Forte interpreta un personaggio poco definito, da una parte manager efficentissima del proprio bambino e dall’altra donna sempre innamorata del padre di quest’ultimo in un interminabile tira e molla. Panariello poi ritorna nei panni di uno dei suoi personaggi preferiti: il pazzo, interpretato però in maniera coerente e niente affatto caricaturale.

Il peccato più grande di "No Problem" è però quello di indulgere nuovamente nella più grossa pecca della commedia Made in Italy: quell’unione scellerata e melensa tra comicità e patetismo che purtroppo pone una seria ipoteca anche su questo lavoro, in particolare nel lungo e sdolcinato finale che francamente ambisce eccessivamente a soddisfare nel pubblico il desiderio di felice risoluzione per essere davvero credibile.

La frase: "Ma ti rendi conto del potere della tv?".

Mauro Corso

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