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Men in Black: International

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio18 luglio 2019Voto: 5.0
 

  • Foto dal film Men in Black: International
  • Foto dal film Men in Black: International
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I primi che vediamo in scena sono Liam Neeson e Chris Hemsworth rispettivamente nei panni dell’agente High T e dell’agente H impegnati a salvare la Terra da una minaccia extraterrestre; poi assistiamo all’incontro ravvicinato con visitatori da un altro mondo in cui finiscono coinvolti due genitori e la figlioletta Molly, che da adulta scopriamo possedere le fattezze della Tessa Thompson del dittico “Creed”.
La Molly che, divenuta recluta denominata M dell’agenzia governativa del titolo, la quale stabilisce contatti con esseri viventi non appartenenti al nostro pianeta, si ritrova a costituire un’accoppiata improbabile proprio con H, insieme a cui deve affrontare una nuova minaccia aliena capace di assumere le fattezze di chiunque, comprese quelle dei Men in black, detti anche MIB.
Perché, mentre Emma Thompson fa ritorno nel ruolo dell’agente O già ricoperto nel 2012 nel tridimensionale “Men in black 3”, sono loro due a fare da star in questo quarto capitolo che esclude del tutto – e senza fornire alcuna spiegazione – i protagonisti storici della serie Will Smith e Tommy Lee Jones, presenti soltanto all’interno di una fotografia.
Protagonisti decisamente più carismatici e incisivi rispetto a questo piuttosto anonimo duo il cui principale scopo è porre l’accento sulle women in black, facendo sì che la oltre ora e cinquanta di visione si allacci alla moda hollywoodiana d’inizio terzo millennio che vuole rielaborazioni al femminile di mitiche saghe cinematografiche, come già avvenuto con il “Ghostbusters” di Paul Feig.
Una moda che non sembra affatto giovare alla Settima arte a stelle e strisce, come testimonia ulteriormente anche questa nuova avventura degli uomini in nero derivati dai fumetti di Lowell Cunningham che, balzante da Londra a Marrakesh e dall’Italia a Parigi, non vanta più al proprio timone di regia lo storico Barry Sonnenfeld, bensì F. Gary Gray, valido autore di action movie quali “Il risolutore” e l’ottavo “Fast & furious”.
Autore che, però, in mezzo ad immancabili creature digitalmente concepite, consuete sparaflashate “per dimenticare” e un evidente omaggio ironico al personaggio di Thor nel momento in cui il citato Hemsworth si trova ad afferrare un martello, non appare affatto a proprio agio nel rispolverare il mix di fantascienza, azione e humour che ha fatto la fortuna del franchise.
Perché, mentre i primi tre tasselli avevano manifestato i connotati di blockbuster adatti a tutta la famiglia ma non privi di violenza e di elementi di derivazione tipicamente trash, qui il tono generale risulta del tutto alleggerito; tanto che non solo la formula viene riproposta senza alcuna fantasia, ma le occasioni per poter ridere si riducono quasi a zero.
Se poi aggiungiamo che il mai disprezzabile Neeson è non poco sprecato e che è veramente impossibile non avvertire eccessi di logorrea nel corso dello svolgimento, non si rivela difficile intuire che siamo dinanzi all’appuntamento meno riuscito della tetralogia, capace addirittura di spingere a rivalutare il dimenticabilissimo “Men in black 2”... fino alla piuttosto prevedibile “sorpresa” conclusiva che, oltretutto, lascia emergere una palese falla di sceneggiatura.


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