Lo Zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti
Ci sono registi che dividono. O si odiano o si amano. Così è per il regista e artista thailandese Apichatpong Weerasethakul, anche autore di videoinstallazioni in importanti musei internazionali.
Weerasethakul va avanti per la sua strada, impermeabile alle critiche: sa di avere molto da dire e lo dice come vuole. Molti lo hanno apprezzato nel passato, premiandolo ai festival: suo è Tropical Malady, premio della Giuria a Cannes 2004. Sulla Croisette arriva ancora in concorso con Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives, titolo suggestivo che si rifà al protagonista del suo film, lo zio Boonmee, che può "richiamare" le sue vite passate e che, ammalato, profondamente consapevole delle potenzialità del suo corpo, sa che gli manca pochissimo alla morte. Dall’ospedale si fa condurre da lontani parenti, in una regione selvaggia della Thailandia. Qui Boonmee troverà ad attenderlo anche il fantasma della moglie defunta, giunta per sostenerlo nelle sue ultime ore e incontrerà anche, tra gli altri, il figlio scomparso, sotto forma di scimmia dagli occhi rossi. Boonmee intraprenderà un viaggio nella giungla per giungere al luogo in cui è nato. La prima di molte delle sue nascite.
Apichatpong Weerasethakul rende in immagini le sue convinzioni filosofico-religiose: la reincarnazione, in forma umana o animale, la trasmigrazione delle anime, il contatto tra spiriti dei morti e dei vivi, il panteismo. Difficile poter raccontare un film che è un flusso di suoni e di immagini, alcune bellissime, che dovrebbero catturare lo spettatore e fargli dimenticare ogni raziocinio per seguire il proprio inconscio, la parte onirica che, di solito, riserviamo alla notte. Ma l’impressione è di una forzatura che sfiora a tratti il ridicolo, tra pesci gatto dalla sessualità sviluppata, che instaurano rapporti con principesse, figli pelosi con occhi rossi, a metà strada tra un Ewok e Chewbacca, sempre in area Guerre stellari. Senza contare le pause, i silenzi prolungati, che mettono a dura prova il più attento cinefilo, inducendolo a un moto di irritazione o di sonno. Troppo ermetico, ti fa chiedere se dietro vi sia il vuoto, la stravaganza o chissà quali alti contenuti. Indigesto comunque.

La frase: "So che sono nato qui. Non so se fossi un animale o un essere umano, un uomo o una donna".

Donata Ferrario

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