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London Boulevard











Sono lunghi tre anni di galera e Mitchel è ben deciso a non ripetere l’esperienza. Accusato di gravi lesioni personali, ora è libero e vuole stare alla larga dai guai. Ma i guai lo inseguono, rappresentati da Billy, amico di vecchia data e piccolo criminale, dall’amata sorella alcolizzata e, soprattutto, da Gant, il boss del momento, assolutamente determinato a incastrare e a ottenere i servigi di Mitchel. L’uomo ha trovato forse una salvezza come tuttofare e guardia del corpo di una giovane diva del cinema, la vulnerabile Charlotte, asserragliata nevroticamente nella sua grande casa e assediata dai paparazzi. Tra i due l’attrazione e l’amore sono quasi istantanei, ma riusciranno a fuggire da una città troppo stretta per entrambi?
Un talento premio Oscar, quello di William Monahan, sceneggiatore di “The Departed” e di film di Ridley Scott, a servizio di una crime story nata in Irlanda, firmata Ken Bruen, noto romanziere di genere.
L’esordio alla regia di Monahan ha Londra come location, fotografata (da Chris Menges) in maniera inusuale, affascinante, buia, che vaga tra scorci di South London e dei quartieri più malfamati, allo smalto di Holland Park e della West London, dove vive l’attrice, come una prigioniera.
Destini incrociati quelli di Mitchel e Charlotte, due reclusi che cercano di sopravvivere agli assalti dell’esterno, quello del mondo criminale per l’uomo e quello, crudele anch’esso, del gossip e dell’invadenza del proprio territorio esistenziale per la donna. Due braccati che trovano conforto l’uno nelle braccia dell’altra. Se Monahan avesse deciso la strada da prendere con più coraggio, il suo “London Boulevard”, che fa il verso al più memorabile “Sunset Boulevard” (da noi “Viale del tramonto”) avrebbe tutte le carte in regola per essere un ottimo film. Ma il cast, su cui primeggiano Colin Farrell e Ray Winstone, mentre Keira Knightley appare sbiadita e svogliata, non ce la fa a salvare un plot fatto di tante sottotrame, di personaggi poco abbozzati e credibili. La vicenda sentimentale salvifica si annacqua, la crime story non fa venire un solo brivido, i destini di tutti ci rimangono indifferenti, perché Monahan, forse per un eccesso di zelo registico, non ci mette il cuore, si disperde alla ricerca di vezzi formali, di citazioni, dimenticandosi della narrazione, che arranca a fatica.
Peccato, perché le atmosfere ci sono tutte: un certo sapore retrò che si stende su Londra, una visuale personale scandita da un’ottima colonna sonora firmata da Sergio Pizzorno, con tanti brani degli anni Sessanta… Ma è troppo poco per appassionare, se manca l’anima.

La frase:
"Non vuoi che io sia un gangster. Nessuno vuole che io sia un gangster. Perché se inizio non mi fermo più".

a cura di Donata Ferrario

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