Liam

Ancora una volta sullo schermo Liverpool e tutta la sua povertà. Come se questa città avesse da offrire un unico aspetto, che pur triste e magari anche di considerevole importanza, non può essere certamente il solo. Questa volta è il turno Stephen Frears e, benché venga considerato un regista fedele alle fonti delle sue sceneggiature, con quest'ultima, scritta da uno dei più prolifici scrittori televisivi e cinematografici inglesi, Jimmy McGovern, racconta la storia di una famiglia irlandese senza alcuna profondità, sfiorando grandi ed importanti realtà politiche, scivolandone via svelto lasciando ai margini argomenti che avrebbero potuto dare interessanti significati alla pellicola.

Con lo sguardo del più piccolo dei componenti sulla propria famiglia, si racconta delle incertezze e privazioni che questo nucleo, unito e solidale, deve subire a partire dal momento in cui il padre viene licenziato. La perdita della stabilità economica risulta come una deflagrazione: ogni componente sembra allontanarsi dal nucleo familiare, destabilizzandolo ancora di più. Il padre vendica il suo malessere e la sua rabbia insultando gli ebrei e incolpando Dio e la Chiesa della sua situazione mentre il piccolo Liam si trova davanti ai resti di una famiglia che non c'è più, ammutolito dalla sua balbuzie, strappando un sorriso con i tentativi di venire a patti con un crescente senso di colpa, a causa del quale sente pericolosamente vicine le fiamme dell'inferno, propagandato da un cattolicesimo severo che non perdona facilmente ma al contrario, scandendo la vita del bambino, gli instilla stupore e una incomprensibile vergogna di ogni più piccolo peccato.
La drammaticità del finale non è inaspettata. Tutto il film, nonostante qualche momento di leggerezza e divertimento regalati dalle stupefazioni del bimbo davanti agli eventi, è pervaso da un sentimento di ineluttabile destino, che non può far pensare ad altro che ad una tragica conclusione.

Purtroppo come dicevamo si tratta di un déjà vu. Tra pinte di birra e peccati originali, bimbi mal lavati e visi cupi e sconvolti dalla rabbia, Frears lascia cadere nel vuoto l'occasione di parlare anche di un momento politico importante come quello degli anni '30 in Inghilterra; cita solo alcuni aspetti come la propaganda fascista e la lotta del socialismo cattolico contro il comunismo ateo, considerandoli meri avvenimenti di contorno. Pensa di cavarsela vestendo il padre disperato d'una camicia nera e facendogli gettare una molotov nella casa di ricchi ebrei, lasciando superficialmente da una parte le motivazioni sia del movimento fascista che dello stesso protagonista, limitandosi esclusivamente ad alcuni cliché che però in nome della par condicio regala anche agli ideali socialisti.
La bravura degli attori, da Ian Hart a Claire Hackett fino al piccolo Anthony Borrows, non è sufficiente a risollevare le sorti di questo scontatissimo film il cui unico pregio resta la brevità: 86 minuti.

Valeria Chiari

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