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Le cose belle











Adele, Silvana, Enzo e Fabio. Sono loro i volti di una nazione che a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio gridano, in modo divertito come solo i ragazzi sanno fare, davanti alla camera da presa di Giovanni Piperno e Agostino Ferrente mentre registrano momenti che scivolano via troppo velocemente, attimi di felicità spontanea e ingenua che la vita regala nella spensieratezza più assoluta, quando l’unica cosa a cui si pensa sono le cose belle, quelle che cerchi per stare bene, quelle a cui ti aggrappi per sperare.
"Segui ciò che ti rende felice e l’universo aprirà porte per te dove c’erano solo muri". E’ invece una sentenza dissacrante quella che viene pronunciata più in là nel documentario, un aforisma di Joseph Cambell che in una storia del genere ha del paradossale. I due registi, infatti, sono tornati sui loro passi esattamente dieci anni dopo le prime riprese, per bussare nuovamente alla porta dei loro ragazzi e vedere a che punto della loro strada sono arrivati. Quel che ne esce fuori è un’immagine infelice di chi fa parte del mondo dei vinti.
Un cammino lungo anni che racconta una vita lasciata andare, non vissuta realmente un po’ perché il destino non è stato generoso un po’ perché le difficoltà hanno preso il sopravvento e quando la vita diventa un ostacolo ai nostri desideri non si può che prenderne atto e trascorrere un’esistenza al meglio che riusciamo. Attraverso i loro occhi ormai stanchi, adulti, vissuti anche se non ancora totalmente rassegnati, ci addentriamo nei sobborghi di una Napoli la cui desolazione per una volta non è protagonista ma è la cornice perfetta per una storia di speranze infrante.
"Le cose belle" è un documentario che con un fare velatamente provocatorio ti mostra in modo agghiacciante ma mai arrogante come eravamo e chi siamo diventati; è lo sguardo su un lato dell’Italia che un tempo era piena di sogni e di voglia di credere che le favole non vengono solo raccontate ai bambini, ma che quegli stessi bambini possono essere i protagonisti di una realtà non incantata, non chiusa in una bolla di cristallo magica, bensì concreta e realizzata. Si ride, si piange, ci si commuove, si riflette, si vive: purtroppo la vita reale una favola non è, e il lieto fine non è garantito.

La frase:
- "Mamma come hai fatto ad accettare che io sono stata bocciata 4 volte alla prima media?"
- "Ti avrei voluto ammazzare, ma comunque spero che tu maturi".

a cura di Valeria Vinzani

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