Le chiavi di casa
Le chiavi di casa rappresentano emblematicamente il momento di passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza. Quel momento in cui i genitori consegnando le chiavi ai propri figli ritengono che questi abbiano raggiunto un grado di autonomia e maturità sufficiente. Se l'intento di Gianni Amelio era quello di illustrare questo passaggio trasfondendolo su un ragazzo handicappato che aspira ad un grado minimo di autonomia dagli altri nella vita di tutti i giorni, dobbiamo dire che questo è stato realizzato pienamente.
Nel raccontare la storia di Paolo (Andrea Rossi) un ragazzo handicappato che viene accompagnato dal padre Gianni (Kim Rossi Stuart) in Germania per delle visite mediche, Amelio realizza un film che non indugia mai nella compassione ma anzi si ispira ad un crudo realismo dal quale, giustamente non prescinde. La sceneggiatura - scritta assieme a Sandro Petraglia e Stefano Rulli - non lesina scene che raramente si sono viste al cinema come quelle del corpo nudo di un bambino handicappato. Ritengo che l'operazione sia perfettamente riuscita e corretta perché aiuta lo spettatore ad avvicinarsi ai protagonisti e soprattutto ci fa calare nel tenero affetto di Gianni verso un figlio che per quattordici anni aveva rifiutato anche solo di vedere. Ci facilita - a noi fortunati genitori - la comprensione del bene immenso che una madre (Charlotte Rampling) può provare verso una figlia che a malapena emette qualche suono ("Il lavoro sporco che tocca alle madri" chiosa con un sorriso consapevolmente amaro). Ci permette di calarci nella psicologia di un ragazzo che pur camminando con un bastone ama lo sport, tifa per la Lazio, deve andare a giocare a calcetto, deve tornare a casa perché deve "spicciare le faccende" ci dice con un accento romanesco che ne accentua la veridicità e che suscita un'innata simpatia.
Ma un film del genere non avrebbe potuto raggiungere i suoi intenti se non fosse stato supportato da una solida sceneggiatura caratterizzata da dialoghi sempre giusti, duri, che in alcuni momenti trafiggono come spade. Script sul quale si innesta la direzione di Amelio secca e essenziale che si fa forte di una fotografia - Luca Bigazzi ne è autore - fondamentalmente sgranata quasi giornalistica che si fa più calda nei momenti più introspettivi.
Bravo Amelio ma bravi anche gli attori. Il ragazzo Andrea Rossi colpisce per la sua spontaneità e la sua presenza scenica. Gli fa da contraltare Kim Rossi Stuart credibilissimo nel suo ruolo, capace di interpretare con la giusta misura di drammaticità un ruolo per nulla facile così come la Rampling, madre rapita da un compito sovrumano.
Il film prende spunto da un romanzo di Giuseppe Pontiggia - a cui l'opera è dedicata - dal titolo "Nati due volte" che parla del figlio dello scrittore, Andrea Pontiggia. Il film, però, non è una trasposizione del libro - che viene anche citato durante il film. Come dice Amelio, "mi sono sentito inadeguato, con la sensazione di essere un intruso in un mondo difficile, dove non avevo diritto di entrare".
Sentimento di rispetto che si coglie dal tatto ed il garbo con il quale è stata affrontata questa storia.

Daniele Sesti

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