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La sorgente dell'amore











"Essendo uomo, ebreo e francese, per molto tempo non mi sono sentito legittimato a parlare di una cultura che conoscevo poco, a maggior ragione perché sentivo che era essenziale abbordare questo tema dall’interno. Tuttavia, sono sempre stato convinto che il film avrebbe avuto un impatto più forte se inserito in un contesto musulmano, che ci avrebbe permesso di menzionare il Corano e l’Islam, due argomenti spesso poco conosciuti e oggetto di una serie di cliché e di fantasie".
Così, il regista di origini rumene Radu Mihaileanu, autore di "Train de vie - Un treno per vivere" (1998) e "Il concerto" (2009), riassume le motivazioni che lo hanno portato a concepire "La source des femmes" (come s’intitola in patria il lungometraggio), che, ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Turchia nel 2001, si svolge in un villaggio da qualche parte tra l’Africa settentrionale e il Medio Oriente.
Villaggio in cui le donne, stanche di andare fin dalla notte dei tempi a prendere l’acqua alla sorgente in cima alla montagna, sotto il sole cocente, decidono su consiglio della giovane sposa Leila – interpretata dalla Leila Bekhti de "Il profeta" (2009) – di attuare lo sciopero dell’amore, ovvero di rifiutare effusioni e sesso fino a quando non saranno gli uomini a svolgere il tutt’altro che leggero incarico.
Quindi, una vicenda di emancipazione femminile sul desiderio di libertà della donna e a favore sia della sua bellezza che di quella dell’amore; con la siccità che colpisce il luogo d’ambientazione quale metafora del cuore che si inaridisce.
Una vicenda che, pur costruendosi sul continuo alternarsi di commedia e tragedia e tirando addirittura in ballo momenti cantati, si distacca del tutto dallo stile che caratterizzò la succitata opera precedente di Mihaileanu, la cui regia di ampio respiro avvicinava l’insieme a una produzione americana.
Infatti, con un look generale che sfiora i connotati del documentario, a essere privilegiate sono in questo caso riprese eseguite a mano e caratterizzate dalla presenza "accidentale" di oggetti che, posti spesso tra la camera e i protagonisti, accentuano l’aspetto grezzo dell’operazione.
Ulteriormente impreziosita dalla lodevole prova degli attori, dal Saleh Bakri de "Il tempo che ci rimane" (2009) alla Hafsia Herzi di "Cous cous" (2007), ma rischiando, forse, di risultare eccessivamente tirata per le lunghe (siamo sui 125 minuti di durata).

La frase:
"Nessuna donna è un oggetto da possedere".

a cura di Francesco Lomuscio

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